La rotta non cambia. La manovra sarà espansiva malgrado quello 0,1% di Pil che il governo non è riuscito ad acciuffare nei tempi supplementari. Certo, uscire “in anticipo” dalla procedura d’infrazione Ue sarebbe stato bello. Soprattutto per gli italiani, travolti da una tempesta internazionale che sta complicando la vita di tutti. Ma da qui a parlare di fallimento, come hanno fatto ieri le opposizioni, festeggiando come al solito le brutte notizie per il Paese, della serie tanto peggio tanto meglio, ce ne vuole. Il governo ha ricevuto in eredità un deficit/Pil all’8,1% e una mazzata micidiale da oltre 130 miliardi dall’ideona dei Cinquestelle di far ristrutturare gra-tui-ta-me-nte le ville, i castelli e un po’ di appartamenti degli italiani. Mossa che, per inciso, è alla base del mancato raggiungimento del deficit/Pil al 3%. Ma vabbè.
Malgrado i pozzi avvelenati, i problemi cronici del Paese e tre guerre che hanno leggermente stravolto lo scenario mondiale, il lavoro del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, è riuscito non solo a far «galleggiare» la barca, come dice lui, ma a farla navigare verso approdi assai più sicuri di prima, come confermato dalla fiducia dei mercati e dalla raffica di promozioni delle agenzie di rating (tanto per dirne una, ieri Fitch ha aumentato le stime di crescita dell’Italia nel 2026 di 0,4 punti, all’1%), cosa che non si vedeva da decenni. I gufi della sinistra si dovranno accontentare delle balle, perché i dati parlano di un deficit sceso di 5 punti e di un avanzo primario (il saldo tra entrate e uscite al netto della spesa per gli interessi sul debito) ritornato per la prima volta dal pre-Covid nel 2024 (+0,5%) e arrivato nel 2025 allo 0,8% del Pil.
Si poteva fare meglio? Ovviamente sì. Ed è stato lo stesso governo ad ammetterlo, ventilando dalla scorsa primavera la possibilità di bruciare le tappe sul percorso di rientro concordato con Bruxelles. Parlare di conti sballati e di flop, però, è una cosa diversa, che rientra nel campo del ridicolo. Basta andare sul sito del Mef e leggere la nota sull’approvazione del Documento di finanza pubblica approvato dal Cdm il 22 aprile scorso per accorgersi che non c’è stata alcuna deviazione dal percorso tracciato. «I dati di consuntivo per il 2025», si legge, «mostrano un deficit al 3,1%, in ragione dei maggiori crediti edilizi (superbonus).
Tale stima si colloca su un livello inferiore rispetto alla previsione del Piano strutturale di bilancio di medio termine (3,3%), poi confermata dal DFP 2025, segnalando che il rientro verso la soglia del 3% è avvenuto a un ritmo più rapido di quanto inizialmente programmato». Di questo discuterà Giorgetti con Bruxelles per negoziare una flessibilità su energia e difesa il cui scorporo dal calcolo del deficit ai fini del rispetto del Patto di stabilità non è affatto escluso, malgrado la mancata uscita dalla procedura d’infrazione. I margini di manovra della finanziaria saranno più stretti? Può essere. Anche se è difficile immaginare che al Tesoro non abbiano già studiato un piano B per far tornare i conti, come è successo dal 2022.
Una cosa è certa, la sinistra che dice di voler governare nella prossima legislatura e che ora si straccia le vesti si troverà un bilancio dello Stato molto più in ordine di quelli che ha lasciato in passato ai suoi successori. Quando, e se, salirà a Palazzo Chigi, dovrà solo ringraziare.