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La sfida più difficile del Cavaliere: guidare senza volante

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Le primarie del centrodestra sono una farsa. Meglio non farle

Eliana Giusto
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  di Maurizio Belpietro In Italia le primarie sono state quasi sempre una farsa. Del sistema americano hanno copiato fino a ieri il peggio, al punto che prima ancora di iniziarle già si sapeva chi le avrebbe vinte e il problema era semmai stabilire se il successo sarebbe stato  sancito dal settanta o dall'ottanta per cento dei consensi. Accadde così nel 2006, quando la coalizione di sinistra scelse Prodi. Al nastro di partenza erano in sette e tra questi c'erano nomi grossi come Di Pietro o Bertinotti, ma, a prescindere dai concorrenti,  l'apparato aveva già deciso di farsi rappresentare da Romano Prodi, il quale vinse in scioltezza, con il 74 per cento. Stessa recita nel 2007, quando toccò a Veltroni: a correre erano in sei, ma l'ex sindaco di Roma era avanti a tutti gli altri prima ancora di cominciare. Risultato: fece meglio di Mortadella, vincendo con il 75 per cento. Roba da Bulgaria. Qualche brivido ci fu due anni dopo, quando l'unico comunista che entrò nel Pci per cambiarlo fu costretto alle dimissioni a causa  dell'ennesima sconfitta. Per il suo posto si sfidarono Franceschini e Bersani, ma la lotta fu impari e l'attuale segretario sbaragliò l'avversario. Più che una corsa per la nomination, come è in America, quella della sinistra era dunque una  corsa di nominati, di gente cioè sicura di vincere anche a conteggio dei voti non ancora iniziato.  Ciò detto, quelle che si tengono domani per scegliere il candidato del centrosinistra per Palazzo Chigi, sono per la prima volta una competizione vera. Bersani è dato avanti di parecchi punti rispetto a Renzi ed è probabile che alla fine batta il sindaco di Firenze. Però, rispetto al passato, la corsa non è truccata e i candidati  si sono battuti davvero, sfidandosi sul piano delle idee e tirandosi delle botte vere. In queste settimane abbiamo assistito a un duello senza esclusione di colpi, alcuni dei quali tirati sotto la cintura. Renzi ha puntato tutte le sue carte sulla rottamazione della classe dirigente del partito, riprendendo le critiche che a sinistra fanno  da anni ai loro leader (Ricordate Nanni Moretti che sale sul palco di piazza Navona e arringa la folla rossa dicendo che con questi capi non avrebbe vinto mai?), e nelle ultime settimane ha tirato botte da orbi. Contro D'Alema, contro la Bindi e contro lo stesso Bersani. L'ultima è di giovedì, a pochi giorni dal voto, quando alla radio ha accusato il segretario di godere di tre vitalizi. Il numero uno del Pd per la verità non si è tirato indietro e con la sua aria da  smacchiatore di giaguari ha appiccicato sulle spalle del sindaco di Firenze l'etichetta di rappresentante dei poteri forti, amico di evasori e furbi. Magari di programmi, cioè di quel che questi due una volta al governo farebbero, non si è detto molto. Tuttavia dai botta e risposta che si sono scambiati si è capito che se vince Renzi il centrosinistra sarà più centro e meno sinistra, se vince Bersani la sinistra peserà di più e Vendola pure. Tutto questo per dire che alla fine, dopo anni di finte primarie, finalmente abbiamo qualcosa che somiglia a quelle vere e, a prescindere dal vincitore, il confronto c'è stato e anche aspro.  Purtroppo la stessa cosa non si può dire del centrodestra che si avvia al confronto in ordine sparso, un po' come fece il centrosinistra la sua prima volta. Invece di imparare dagli errori fatti dagli avversari ed evitare di ripeterli, in via del Plebiscito stanno mettendo in piedi una corsa senza ostacoli, dove tutto è scontato, anche la vittoria. Se le primarie non si aprono, se non sono una sfida vera,  dove si confrontano idee di partito e di guida del Paese diverse, il duello per stabilire chi candidare a Palazzo Chigi è inutile. Meglio non farlo, meglio risparmiare la spesa e la delusione di una competizione dove si sa che nessuno è in grado di trionfare.  Se poi, come temiamo, le primarie sono l'occasione non per trovare un leader cui affidare il compito di vincere le elezioni, ma per dividersi ancor di più e organizzare una secessione, allora c'è davvero da chiedersi a cosa servono. Silvio Berlusconi in quasi vent'anni di storia politica ha avuto il merito di portare innovazione in un ambiente chiuso di parrucconi. La politica con lui è diventata comprensibile pure ai non addetti ai lavori, i quali non a caso hanno ricambiato il Cavaliere con milioni di consensi. Oggi però il fondatore di Forza Italia e poi del Pdl deve stare attento a non commettere l'errore di distruggere ciò che ha fondato, liquidando la storia del suo partito in una sfida priva di senso e in una separazione delle forze che avrebbe un solo risultato: consegnare l'Italia alla sinistra. Riuscire a dare un futuro a quella che è l'area politica di maggioranza nel Paese non è semplice. Tuttavia è questo l'obiettivo che deve porsi Berlusconi ed è il più complicato, perché per la prima volta dovrà guidare il partito senza esserne alla guida. Fare il capo senza assumerne il potere: compito improbo. Ma un leader si conferma tale nei momenti di difficoltà. E soprattutto se sa garantire la transizione.        

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