Il caso

Scuola, "come si va in classe": la mossa per stoppare i veli islamici

Mauro Zanon

Durante l’ultimo rimpasto, andato in scena due settimane fa, il presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, ha allontanato colui che da molti osservatori era considerato l’anello debole del governo: il ministro dell’Istruzione, Pap Ndiaye, troppo “woke” e imbevuto di politicamente corretto per guidare un dicastero che richiede autorità e fermezza, soprattutto in questo momento di crisi per l’école républicaine. Al suo posto, Macron, ha chiamato uno dei suoi fedelissimi, Gabriel Attal, che in un’intervista al quotidiano Midi Libre ha fatto subito capire di che pasta sarà fatto il suo mandato, dicendosi favorevole a una misura che fino a ieri era difesa dalla destra sovranista: l’uniforme a scuola. «Se la comunità educativa chiede di sperimentarla, per esempio nel quadro del Cnr (Consiglio nazionale della rifondazione, organismo creato da Macron per rafforzare il dialogo tra gli attori politici, economici, industriali e la società civile, ndr), sono favorevole», ha dichiarato a Midi Libre il neoministro dell’Istruzione francese, sottolineando di aver «sempre avuto questa posizione sul tema».

 

 

 

LAICITÀ IN CLASSE

Il macronista, lo scorso gennaio, aveva effettivamente già difeso la stessa idea ai microfoni di BfmTv quando era ancora ministro con delega ai Conti pubblici. E lo aveva fatto nel periodo in cui la Francia aveva registrato un boom di violazioni della laicità a scuola, con studentesse che, in barba ai valori e alle norme della République, andavano a scuola indossando le abaya, le tuniche islamiche tradizionali. A differenza del suo predecessore che, pur non difendendole apertamente, si era mostrato evasivo nel condannarle, Attal ha emesso un giudizio severo sull’utilizzo delle abaya. «Venire a scuola in abaya è un gesto religioso, che ha come obiettivo quello di testare la resistenza della République su quel santuario laico che la scuola deve costituire», ha affermato il ministro dell’Istruzione, promettendo “inflessibilità”. I toni usati da Attal sulla questione delle abaya, e, più in generale, sull’offensiva dell’islam politico a scuola, non sono distanti da quelli di una Marine Le Pen o di un Éric Zemmour, che da anni lanciano l’allarme sull’islamizzazione rampante nel mondo scolastico.

 

 

 

SINISTRA INFURIATA

Una delle risposte della République, dunque, può essere la diffusione dell’uniforme scolastica. «Sì Gabriel Attal. La scuola deve essere santuarizzata: utilizzo dell’uniforme da parte di tutti gli studenti! L’abaya e il kamis sono abiti tradizionali della penisola araba strumentalizzati come simboli identitari e religiosi», ha twittato la saggista Naïma M’Faddel. La proposta di sperimentare l’utilizzo dell’uniforme in alcuni istituti ha fatto sobbalzare la solita sinistra progressista, che vede nell’idea di Attal un affronto alle sue battaglia islamofile. «Ossessione della destra e dell’estrema destra, l’uniforme a scuola non è una risposta alla lotta contro le diseguaglianze», ha commentato Arthur Delaporte, esponente del Partito socialista. «Non riusciamo più ad assumere insegnanti e nelle classici sono troppi studenti, i professori sono pagati male e la scuola riproduce le diseguaglianze sociali...ma secondo il nuovo ministro dell’Istruzione Gabriel Attal l’urgenza è ripristinare l’uniforme a scuola», ha tuonato Raphaël Pradeau, militante ed ex portavoce del movimento di estrema sinistra Attac France.

Disciplina, autorità e rigore, si sa, sono parole che la sinistra disprezza, anche oggiche la scuola repubblicana avrebbe bisogno di una sterzata per mettere fine ad anni di lassismo. Attal, con l’intervista e le frasi sulle abaya, ha subito dichiarato guerra all’islamismo, perché, contrariamente al suo predecessore, lo considera uno dei grandi mali che sta consumando il milieu scolastico e che da quando è stato decapitato il professore di storia e geografia Samuel Paty fa tremare gli insegnanti. Le abaya non sono un abito come gli altri, «violano la laicità e i valori della République», come ha detto Attal. Sono un’arma di guerra culturale e cultuale contro la Francia che Macron e i suoi ministri, finalmente, sembrano intenzionati a combattere.