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Maduro in tribunale si dichiara innocente: "Sono un uomo perbene"

di Costanza Cavalli martedì 6 gennaio 2026

4' di lettura

È proprio bravetto quello sceneggiatore, che sarebbe poi Donald Trump, che ha ideato la giornata di ieri, ha scelto i personaggi e l’ambientazione, ha scritto il copione e poi è riuscito a metterlo in scena due giorni dopo un’operazione storica. A New York, fuori dal tribunale federale di Manhattan, i giornalisti hanno iniziato a mettersi in fila già ventiquattr’ore prima dell’udienza, fissata per mezzogiorno, ora locale. Il termometro si muove poco: la massima è 2 gradi, -3 la minima. In mattinata, mentre centinaia di agenti pattugliano le strade intorno all’edificio, arrivano i manifestanti. Alcuni, i più, sono venezuelani che vogliono veder passare l’aguzzino del loro Paese: cantano l’inno nazionale e urlano in spagnolo: «È già caduta, è già caduta, questa dittatura è già caduta». C’è anche David Cardenas, avvocato per i diritti umani dell’Organizzazione per la liberazione del Venezuela. «Aspettavamo questo momento da 25 anni. Maduro è un criminale e un terrorista», ha raccontato, «Di recente ha riso del mio gruppo dicendo di non piangere quando sarebbero venuti a prenderci. Chi sta piangendo ora, io o lui?».

Altri sono newyorkesi che denunciano l’intervento militare americano: «Giù le mani dal Venezuela», «Maduro libero», «No alla guerra per il petrolio», si legge sui cartelli. Tutti, comunque, stanno addosso ai chilometri di barriere installate all’esterno dell’aula di giustizia e lungo Centre Street. Il viaggio del dittatore dal carcere di Brooklyn all’udienza preliminare è l’apoteosi dell’umiliazione. Il dittatore indossa la tuta beige, quella pesante, della prigione. Ammanettato e a testa bassa viene scortato dallo stesso spropositato numero di agenti armati che non sono riusciti a proteggerlo a Caracas. Scende da un veicolo e sale su un elicottero. Attraversa l’East River in direzione della parte bassa di Manhattan. È un viaggio per cui i turisti pagano profumatamente, con vista sulla Statua della Libertà. È lo stesso tragitto che tocca alla moglie e coimputata Cilia Flores. Le strade della città sono chiuse al traffico, al neo sindaco Zohran Mamdani tocca subito darsi da fare (non solo per rilasciare dichiarazioni contro l’arresto, ma anche per lavorare), il convoglio arriva a destinazione e tutto fila liscio. Il presidente sudamericano entra in aula: indossa una camicia blu navy a maniche corte sopra la divisa arancione da detenuto e porta delle cuffie per la traduzione dall’inglese. Ha le catene alle caviglie.

La consorte è seduta a due posti di distanza, look quasi uguale, cuffie incluse. La tempia e la fronte sono coperte da grandi cerotti. Lui è rappresentato da uno degli avvocati difensori più in vista d’America, Barry Pollack: tra gli altri successi, ha mediato con il governo degli Stati Uniti per la liberazione del fondatore di Wikileaks, Julian Assange. Mark E. Donnelly, avvocato di Houston, ex procuratore generale, difenderà la moglie. Il giudice che presiede la corte è Alvin K. Hellerstein, nominato da Bill Clinton. A 92 anni, si è occupato di contenziosi avviati dopo 11 settembre, di una causa intentata contro Harvey Weinstein e di svariati processi per frode. Il caso che gli ha affidato lo sceneggiatore, però, li batte tutti. Hellerstein infatti ha stabilito che l’uso dell’Alien Enemies Act da parte dell’amministrazione Trump per espellere i venezuelani è incostituzionale: i migranti cioè devono essere sottoposti a processo prima di essere espulsi. Starà a lui ora giudicare chi ha costretto i suoi cittadini ad attraversare confini. Maduro si alza in piedi e parla in spagnolo. Dice di essere il presidente della Repubblica del Venezuela, di essere stato rapito nella sua casa a Caracas. Hellerstein lo interrompe, gli dice che «ci sarà tempo e modo per approfondire tutto ciò» e che per ora ha solo bisogno di sapere la sua identità. «Nicolás Maduro Moros», risponde l’imputato. Riprende la parola il giudice, che legge una versione ridotta dell’atto di accusa: associazione a delinquere finalizzata al narcoterrorismo e alla importazione di cocaina, possesso e associazione a delinquere per il possesso di mitragliatrici e dispositivi distruttivi. «Sono innocente. Non sono colpevole di niente. Sono un uomo perbene», dice Maduro, quando gli viene chiesto come si dichiara. L’avvocato chiarisce che il suo cliente si dichiara non colpevole di tutti e quattro i capi d’accusa a suo carico.

Cilia Flores si dichiara «First lady della Repubblica del Venezuela. Sono non colpevole, completamente innocente», aggiunge. Il giudice fissa la prossima udienza il 17 marzo. Il leader detronizzato fa per uscire. «Sono un prigioniero di guerra», dice. Dal pubblico di alza un uomo, è un ex prigioniero politico venezuelano: «Pagherai per conto del Venezuela», urla. «In nome di Dio, sarò libero». A pochissimi chilometri di distanza, s’è riunito d’urgenza il Consiglio di sicurezza dell’Onu Russia e Cina dicono che l’attacco americano è un ritorno all’era dell’illegalità e che i problemi vanno risolti con il dialogo. Chiedono la liberazione dell’alleato. Gli Stati Uniti rispondono che si è trattato di un’operazione di polizia. A migliaia di chilometri di distanza, all’Assemblea nazionale del Venezuela, Delcy Rodríguez, la vice del dittatore, presta giuramento come presidente ad interim: «Vengo con dolore per il sequestro di due eroi, ostaggi degli Stati Uniti». Escamotage narrativo: verso sera, su X compare un post del Dipartimento di Stato americano: «Questo è il NOSTRO emisfero», c’è scritto. La scena si sposta a L’Avana e a Bogotà.

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nicolas maduro

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