«Il diritto internazionale non esiste più». In questi giorni sentiamo ripetere come un mantra questa affermazione, accompagnata spesso dalla disperazione di coloro che, pur di dare addosso all’America e a Trump, sarebbero disposti a stringere patti col diavolo. È facile ribattere ricordando la tranquillità d’animo con cui in un recente passato sono state accettate, ed anzi persino esaltate, le tante violazioni al diritto internazionale di cui ha continuato ad essere piena la storia. Questo doppio standard si spiega certamente con l’ipocrisia partigiana ed ideologica di molti, ma alla sua base c’è forse anche qualcosa di più essenziale: il diritto internazionale non è mai stato considerato forte e cogente, così come può essere il diritto statale, e, in questo senso, si può dire che esso non sia mai esistito.
Per potere esistere ci sarebbe stato bisogno, d’altronde, di un solo e unico potere sovrano, di un super-Stato che avocasse a sé il monopolio della forza legittima su tutto il globo. Una prospettiva che, per altri e più profondi aspetti, sarebbe a dir poco inquietante. Un incubo per le nostre libertà. Il fatto evidente è che i rapporti fra gli Stati sono regolati dalla forza e non dal diritto. Un “diritto internazionale”, fatto di trattati e convenzioni con una certa seppur non piena validità, può pertanto nascere solo quando si stabiliscono, in determinati momenti storici o contesti, dei rapporti di forza fra gli Stati che lo permettono. Uno di questi momenti fortunati è stato il periodo seguente la Seconda Guerra Mondiale, allorquando i due principali vincitori del conflitto, Stati Uniti e Unione Sovietica, hanno ritenuto opportuno “legare” gli altri Stati a determinate norme, di cui si sono fatti garanti, non per motivi “morali”, ma, appunto, di reciproca convenienza.
E non senza vari accorgimenti: dal dividersi l’Europa (e il mondo) in “zone d’influenza” al preservare per loro stessi la via d’uscita del diritto di veto sulle risoluzioni della principale delle istituzioni da loro promosse, le Nazioni Unite (che è come dire, parafrasando Orwell, che tutti gli animali sono uguali ma qualcuno è più uguale degli altri). Insomma, l’ordine politico mondiale, che ha retto fino alla caduta dell’Unione Sovietica, era regolato sì da una sorta di “diritto internazionale”, ma questo si teneva in piedi ed era garantito dai concreti rapporti di forza e dagli equilibri geopolitici che si erano creati. È evidente che, con la scomparsa di uno dei due protagonisti della scena globale, tutto l’edificio di trattati, organismi sovranazionali, consuetudini interstatali che era nel frattempo maturato, non potesse reggere a lungo.
A partire dagli anni Novanta si è perciò assistito a un lento sgretolamento di quell’edificio, che si è mantenuto solo formalmente in piedi. Fra l’altro, l’emergere di nuovi attori globali, dalla Cina agli Stati islamici, ha fatto conquistare posti di potere da forze estranee a molti valori occidentali. Si sono perciò create le condizioni per la nascita di un nuovo ordine mondiale, il quale dovrà giocoforza trovare prima o poi nuovi equilibri su cui reggersi. Nel frattempo, i rapporti di forza, che non sono mai scomparsi, si mostrano nella loro durezza alle nostre “anime belle”. In definitiva, Trump non ha causato la rottura di un ordine che già di fatto non esisteva più: ha solo dimostrato quanto fosse fragile. Inoltre, giocando di anticipo, si è posizionato in modo favorevole in vista della riscrittura di nuove regole. Che lo abbia fatto il leader dello stato guida dell’Occidente è una garanzia per tutti.