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Pax americana

di Mario Sechi giovedì 22 gennaio 2026

2' di lettura

La crisi isterica in Groenlandia è finita, in attesa del prossimo psico-dramma anti-trumpiano, proviamo a raccontare cosa accade nel mondo reale. Nella politica contemporanea il piano interno e quello esterno sono la stessa cosa, il tema della sicurezza è il primo in agenda a Washington come a Roma, si dispiega dentro e fuori dai confini. Le leadership che funzionano sono quelle che interpretano questo spartito, parlano agli elettori in casa e nello stesso tempo disegnano la politica estera.

Quello che dice Trump agli americani e il programma di Meloni in Italia sono paralleli, non coincidenti, ma partono da una presa d’atto: è finita una fase espansionistica della globalizzazione che ha lasciato sul campo molti problemi irrisolti, uno dei quali è l’immigrazione incontrollata e il mito delle frontiere aperte, dello straniero buono a prescindere per l’economia e per la società in generale. Il declino del modello del commercio mondiale sviluppatosi dagli anni ’90 fino al 2016 (anno della prima elezione di Trump) si sposa con il tramonto del disegno di Yalta, la fine dell’illusione dell’espansione democratica, il ritorno di alcune potenti autocrazie (Russia, Cina, Turchia) e una nuova Guerra Fredda.

Trasportato sulla scacchiera dove si gioca la partita tra guerra e pace questo scenario implica una riorganizzazione dei forum di cooperazione multilaterale: Trump non va al G7 apparecchiato da Macron a Parigi perché lo considera un format esausto, ne sta cercando un altro che non è alternativo all’Onu, ma funge da motore di una diplomazia accelerata che le Nazioni Unite non possono più assicurare per veti e contro-veti. Il Consiglio per la pace a Gaza è il tentativo di una nuova “Pax Americana”, per questo c’è la Russia (che d’altronde è nel consiglio di sicurezza dell’Onu come membro permanente e nel G20), Mosca è un player globale con il quale bisogna in ogni caso parlare. Dire no a prescindere alla partecipazione a questo nascente organismo sarebbe sbagliato, è vero che presenta un ostacolo di tipo istituzionale (e va risolto), ma se ragioniamo in termini storici è come se invitati alla conferenza di Yalta noi rifiutassimo di stare al tavolo della pace perché il baffone di Stalin non è perfettamente allineato con i nostri valori democratici. È per questa ragione che l’Italia sta esplorando l’invito degli Stati Uniti, non è detto che aderisca, ma una cosa è certa: se sei fuori conti meno.

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