«Giù le mani dalla Groenlandia», tuona Elly Schlein. La segretaria dei dem si è unita all’emozionante appello di Giuseppe Conte e ha rassicurato il popolo degli Inuit, il Pd è con loro. A Nuuk tremano non per il freddo, ma per il terrore nell’apprendere della missione dell’opposizione al Polo Nord. Non si può prendere sul serio la sinistra italiana, perché è (in)volontariamente ridicola, incolta, inchiodata al populismo progressista, incapace di valutare rischi e opportunità della politica estera.
Attaccano Giorgia Meloni mentre si stanno attaccando al tram. Sono così inadeguati da non accorgersi che è la premier italiana ad aver assunto un’iniziativa centrale in questa storia: non ha commesso l’errore di inviare soldati in una spedizione tragicomica in Groenlandia, ha evitato la furia di Trump sui dazi, ma questo non le ha impedito di dichiarare che la reazione della Casa Bianca con l’aumento delle tariffe è un errore, ha parlato con il presidente americano e ha assunto il ruolo di mediatore tra gli incendiari (Macron in testa), per tentare una de-escalation più che mai necessaria. Sono in gioco le relazioni transatlantiche e non a caso Yaroslav Trofimov, capo corrispondente per gli affari esteri del Wall Street Journal, ha rilanciato su X le parole di Meloni, sono un tentativo realista di de-escalation. La spedizione militare in Groenlandia è stata un fiasco diplomatico, una mossa infantile, il tentativo di mostrare i bicipiti di fronte all’America, non credibile (e irritante, le cose vanno lette con lo sguardo dell’amministrazione Trump, non con il pregiudizio ideologico per cui a Washington sono tutti degli idioti e noi siamo quelli che la sanno lunga, non è così e dovrebbe essere chiaro a tutti) di fronte alla nazione con un bilancio annuale del Pentagono di mille miliardi e un esercito che ha appena prelevato il presidente del Venezuela dalla sua camera da letto a Caracas. Goodnight, Maduro. Trump non ha invaso la Groenlandia, ha detto che la vuole acquistare (fatto ricorrente nella storia americana, ribadito ieri dal segretario al Tesoro Scott Bessent) e le soluzioni intermedie esistono, soprattutto per un territorio che non fa parte dell’Unione europea e ha storicamente una relazione complicata con la Danimarca, un regno militarmente inesistente. Il principale forum in cui si discute come superare questa crisi (prima isterica e poi politica) è la Nato (ecco perché il segretario generale Mark Rutte ieri ha chiamato la Casa Bianca), prima di tutto è una questione di difesa e su questo punto la premier Meloni ha impostato la sua azione diplomatica, è l’Alleanza Atlantica la stanza dove volano gli stracci e poi si trova un compromesso. La sola difesa anti-missile dell’isola (che è un avamposto dello scudo spaziale americano) è una sfida tecnologica complicatissima, non è un dossier che può affrontare l’Europa da sola. Con Trump si negozia, perché quello che abbiamo da perdere non è la Groenlandia (che resta un problema strategico americano, comunque la pensino i cervelloni di Bruxelles), ma un rapporto economico con gli Stati Uniti ancora molto vantaggioso per l’Europa e una partnership nella difesa necessaria per proteggere il nostro fianco orientale dalle minacce della Russia. Il Financial Times ha svelato che a Bruxelles stanno studiando contro-dazi per 93 miliardi di euro o l’esclusione delle aziende americane dal mercato dell’Unione, tanti auguri, è il modo più veloce per far precipitare le nostre economie nel caos.
Chi sta studiando queste misure, tra l’altro, non ha idea di come funzionino le catene di approvvigionamento tecnologico del Vecchio Continente: dipendiamo totalmente dall’infrastruttura digitale e dai prodotti degli Stati Uniti. Sembra che all’opera ci siano degli utili idioti di Putin, questa è la via maestra per dare una mano alla propaganda della Russia contro le nostre democrazie, un’opinione pubblica che riconosce benissimo la ferocia dell’aggressore del Cremlino, ma è stanca della guerra in Ucraina. Sul Frankfurter Allgemeine Zeitung ieri Nikolas Busse, il capo degli Esteri del quotidiano tedesco, ha pubblicato un commento critico su Trump ma realista e dal titolo eloquente: «L’Europa sta fallendo miseramente». Il punto di vista del più importante quotidiano della Germania è prezioso: «Il rapido ritiro delle forze armate da parte di Berlino ha solo confermato che il ministro della Difesa italiano (Guido Crosetto, ndr) non aveva torto quando ha deriso l’invio di truppe definendolo “l’inizio di una barzelletta”. L’Europa non può difendere la Groenlandia dalla Russia o dalla Cina, e tanto meno da un tentativo di conquista da parte degli Stati Uniti. Sarebbe meglio cercare il dialogo con Trump, questo ha già cambiato notevolmente le cose riguardo all’Ucraina». La geopolitica non ha sentimenti, è spietata e perfino Trump che fa Trump obbedisce allo schema della necessità e dell’urgenza. Il suo interesse nazionale è stringente, logico, inesorabile, si espande sul piano globale con una narrazione locale rivolta al contribuente americano, l’uomo della strada che finanzia con le sue tasse operazioni all’estero che guarda con storica diffidenza, compresa l’idea trumpiana di acquistare la Groenlandia che non è percepita come una corsa all’oro dell’Alaska. Trump ha i suoi punti deboli, le sue asperità da scalare nel Congresso, un voto di midterm da affrontare l’anno prossimo. Non tutto quel che è Trump luccica, non tutto quel che fa l’Europa brilla. Il realismo scarseggia, l’infantilismo abbonda. Servono Meloni d’acciaio, ne abbiamo solo una.