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Groenlandia, ma è davvero il paradiso perduto?

Insomma, Donald Trump sognava di comprare e i danesi si sono rifiutati, ma alla fine non è chiaro chi abbia fatto l’affare
di Lorenzo Mottola giovedì 22 gennaio 2026

3' di lettura

Ma la Groenlandia vale davvero tante battaglie? In questi giorni i quotidiani la dipingono come il nuovo Eden, dove basta bucare la terra per vedere sgorgare petrolio e le terre rare spuntano come funghi. Nella storia non è certo la prima volta che l’isola alimenta fantasie sulle sue immense ricchezze. Finora con risultati pessimi, dai vichinghi fino alle miniere odierne. Lo avrete probabilmente letto o intuito: “Groenlandia” significa terra verde. Il che è del tutto logico. Quando l’isola venne colonizzata nel decimo secolo il clima era diverso da oggi, come indicano sia la scienza sia le saghe norrene. Riguardo a queste ultime, tutto ruota attorno alla figura di Erik il Rosso, protagonista della “Saga groenlandese”.

Erik, personaggio a cavallo tra storia e leggenda, era un tipo sanguigno, non tollerava la costruzione di chiese nei pressi di casa sua e ha sul curriculum un paio di omicidi. Reato per cui, grazie alla legislazione islandese, se la cavò con una pena non certo esemplare: appena tre anni. Tre anni che peraltro non prevedevano reclusione, ma esilio, perché dalle sue parti non esistevano carceri e probabilmente a nessuno andava di mantenere un detenuto o costruire celle. Molto più comodo chiedergli di allontanarsi dalla comunità. Per questo il vichingo vermiglio si avventurò verso ovest, dove si dedicò all’esplorazione e alla ricerca di terra. E trovò la Groenlandia.

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Ora, sempre stando a ricerche e saghe, il riscaldamento climatico aveva fatto sì che da quelle parti ci fossero abbondanti pascoli, boschi di betulle e addirittura la possibilità di coltivaremele, anche se la raccolta pare fosse scarsa). Un fatto che fa meditare anche riguardo al dibattito sul cosiddetto “fattore antropico” alla base dell’odierno innalzamento delle temperature. Comunque sia, verso l’anno mille faceva sufficiente caldo da pensare addirittura di piantare cereali, impresa che tuttavia fallì. Insomma, era un posto abitabile ma non proprio un paradiso. Nonostante ciò, alcuni storici ritengono che Erik abbia deciso di chiamarla “terra verde” per una questione di marketing. Infatti al ritorno in Islanda parlò delle meraviglie del nuovo mondo ai suoi, che a loro volta avevano problemi di sovrappopolazione. E ne convinse 400 a partire verso le coste a ovest, fondando le prime storiche colonie. Ed è da qui il figlio di Erik sarebbe partito per scoprire Vinland, ovvero l’America. Questa tuttavia è un’altra storia.

Tornando alla Groenlandia, le colonie prosperarono per generazioni, ma non si può esattamente dire che avessero trovato la terra promessa. Gli studi effettuati sui cadaveri tumulati nel tardo medioevo, parlano di continui incroci tra consanguinei e di una progressiva devitaminizzazione. Il che ha prodotto una lunga serie di problemi: rachitismo, nanismo, reumatismi, tubercolosi e morti premature. E alla fine, con l’innalzarsi delle temperature, tutto finì come sull’isola di Pasqua. Quando nel 1540 un navigatore islandese approdò sulle coste a cavallo tra Europa e America trovò in effetti capanne, essiccatoi per il pesce e granai. Ma neanche un vivo.

Solo un cadavere insepolto, vestito con una pelliccia di foca e un cappuccio di pelo, con un pugnale di fianco. La situazione di oggi ovviamente è meno deprimente, è vero che le temperature in Groenlandia stanno salendo e forse l’estrazione di minerali e terre rare diventerà meno costosa un domani, ma ad oggi Nuuk non è esattamente la California. Esistono solo due miniere aperte e quattro sono state chiuse dopo un periodo di attività. I tesori fantasticati rimangono nel sottosuolo anche se i danesi non sono certo chiusi a nuovi investimenti. Insomma, Trump sognava di comprare e i danesi si sono rifiutati, ma alla fine non è chiaro chi abbia fatto l’affare.

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