Non è una stucchevole polemica tra garantisti e manettari, è che qui (e soprattutto lassù, in quella Crans-Montana ferita a morte la notte di Capodanno) se lo aspettavano un po’ tutti. I Moretti, sì, d’accordo, al netto dei ritardi con cui sono stati iscritti nel registro degli indagati e del tempo perso (due settimane) per bloccare i loro beni o (altrettanto) per sequestrare le registrazioni delle telecamere di sorveglianza di quella notte maledetta: ma tutti gli altri? Quelli che dovevano fare i controlli, quelli che dovevano vigilare, quelli che dovevano certificare i lavori svolti al Constellation?
Solo poche ore fa la procura di Sion ha aperto un procedimento penale contro uno degli ex responsabili della sicurezza del Comune di Crans (la conferma arriva alla tivù svizzera dall’avvocato dell’uomo, il legale David Aioutz): è una buona notizia e lo è anche per chi non ha niente a che vedere col giustizialismo sbraitato in prima pagina. È un modo per arrivare alla verità (tra l’altro indagare non significa condannare, monito che dovremmo ripeterci più spesso), è un passaggio per fare chiarezza e il cielo sa, in questi 29 drammatici giorni di angoscia e dolore, quanta ne serva alle quaranta famiglie che nel rogo del Constel hanno perso una persona cara o alle 116 che stanno lottando assieme a una ragazza o a un adolescente ricoverati in terapia intensiva con ustioni su buona parte del corpo.
Era ora, insomma. Ché i video di quel che accadeva regolarmente dentro al disco-pub più glamour del Canton Vallese erano on-line e sotto l’occhio di chiunque (le bottiglie di champagne con gli sparkler attaccati sopra non sono stata una novità del San Silvestro 2026). Ché i progetti, i piani edilizi per l’ampliamento del locale erano depositati al Municipio come prevede la legge, anche quella elvetica. Ché quel buco di sei anni, dal 2019 in poi, nelle ispezioni che si sarebbero dovute effettuare e invece nisba sono un macigno mica da poco, un elemento d’inchiesta mica secondario. Adesso è tutto da vedere. Certo.
Da vagliare, da capire. Però è un lavoro che va fatto con la scrupolosità che la Svizzera (in questa faccenda) pare abbia dimenticato di avere. Davvero c’è voluto così tanto? Davvero sono state necessarie tre settimane per intuire che, forse, oltre ai “corsi”, a Jacques e Jessica Moretti, ci possa essere qualcun altro che nella migliore delle ipotesi è stato negligente e nella peggiore lascia adito ai sospetti su un (per ora non provato: il sindaco di Crans Nicolas Féraud ha sempre respinto al mittente l’accusa di aver mai ricevuto tangenti) intreccio di interessi e conoscenze si vocifera pure un filino troppo strette? Davvero s’è dovuto aspettare la richiesta di un altro governo, ossia del nostro, a circa 925 chilometri di distanza, un po’ strigliata e un po’ invito alla collaborazione, per fare quello che le famiglie delle vittime chiedono praticamente dal giorno dopo la tragedia, cioè “setacciare le responsabilità a 360 gradi”? Meglio tardi che mai, però magari, adesso, è il momento di andarci un attimo più attenti (e invece no: il primo giorno individuato dalla procura di Sion per sentire e interrogare l’ex tecnico del Comune di Crans di cui ancora non sono state diffuse le generalità è il 9 febbraio, tra undici dì).
Non bastasse, l’apertura che sembrava arrivare dalle autorità elvetiche circa un incontro con gli inquirenti italiani (l’ambasciatore svizzero in Italia Roberto Balzaretti aveva fatto trapelare giusto qualche ora prima che si poteva ragionare su una data intorno alla fine di questo mese) adesso vacilla: probabilmente complici le polemiche e le dichiarazioni di molti politici svizzeri, si ragiona (tra i punti che non tornano secondo i dubbi sollevati da Roma ci sono la mancata applicazione del braccialetto elettronico al proprietario del Constel, il mancato sequestro del suo cellulare, appunto la mancata perquisizione degli uffici del Comune) sulla metà del prossimo.
A Crans, ieri, la nazionale di sci alpino italiana, con Sofia Goggia davanti a tutte le altre atlete, sotto a un cielo lattiginoso dovuto al freddo, porta una corona di fiori gialli davanti al tendone bianco che circonda il Constel. La commozione è ancora alta, il lutto, la disperazione (per chi non c’è più) e la speranza (per chi resiste, come Elsa Rubino nella sua stanza all’ospedale universitario di Zurigo) anche. L’importante è che resti su anche l’attenzione giuridica.