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Il "normale" Rutte atlantista-realista

Non è più così scontata come nel passato la tenuta del rapporto tra Europa e Stati Uniti che ha accompagnato il rilancio dell'Occidente dopo la Seconda guerra mondiale
di Lodovico Festalunedì 2 febbraio 2026
Il "normale" Rutte atlantista-realista

5' di lettura

Non è più così scontata come nel passato la tenuta del rapporto tra Europa e Stati Uniti che ha accompagnato il rilancio dell'Occidente dopo la Seconda guerra mondiale: ci sono certe sbandate mosse unilaterali americane come quella sulla Groenlandia e una mancanza di rispetto per gli alleati di Donald Trump, c'è la tentazione di una sorta di microimperialismo di Emmanuel Macron, per qualche tempo persino un intralcio alle trattative per la pace a Gaza, c'è un rapporto strutturale tra Pedro Sanchez e Pechino che tra auto elettriche e pannelli solari ha aiutato l'economia spagnola, c'è una sensazione di spazio nel Vecchio continente che produce movimenti di protesta di destra e di sinistra talvolta poco razionali. Uno spaesamento derivato anche dall'idea di ampi settori dell'establishment di imporre un governo dall'alto delle varie istituzioni della sovranità popolare nazionali e comunitarie, logorando alla radice la politica democratica.

Ci sono però forze che ancora lavorano per realizzare una buona unità dell'Occidente senza per questo trascurare obiettivi specifici di rilancio dell'economia europea come è stato fatto in questi ultimi mesi grazie ai trattati con il Mercosur e l'India, e ci sono diversi i protagonisti di questo impegno a contenere la disgregazione dell'alleanza occidentale: da Friedrich Merz alla socialdemocrazia tedesca, dagli Stati baltici (pur con una ragionevole freddezza di Mette Frederiksen verso la Casa Bianca) e da molti capi di Stato del Mediterraneo orientale a partire dall'Italia alla Grecia, a Cipro, a Malta. Se c'è un leader di questa tendenza “ancora atlantistica” ma attento anche a garantire una rigorosa serietà nella discussione tra alleati, questo è Mark Rutte, un politico del quale è utile ricordare alcuni tratti. L'ex premier olandese (il capo di governo - dal 2010 al 2024- per più lungo tempo in carica nella storia dei Paesi Bassi, dopo essere diventato leader di un partito liberale, il VVD, che non aveva mai guidato il governo, da decenni appannaggio di democristiani o socialisti) è segretario della Nato dal 2024.

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Tipico “nederlandse”: nato nel 1967 all'Aia, suo padre aveva lavorato in Indonesia (dove fu catturato dai giapponesi nella Seconda guerra mondiale), lui si è laureato in Storia olandese all'Università di Leyden, è diventato leader degli universitari liberali di centrodestra (beate le nazioni dove il Sessantotto non ha liquidato quelle grandi scuole politiche che sono le associazioni studentesche), è andato molto olandesemente a lavorare all'Unilever, è entrato in Parlamento nel 2003, olandesemente gira molto in bici: particolari che gli hanno guadagnato il titolo di mr. Normale. Rispetto a questa definizione lui denuncia una sola anomalia: l'ultimo tabù nel mio Paese è vivere da solo, essere single.

È interessante la sua esperienza al governo che vede una prima fase di sintonia con la Gran Bretagna per valorizzare più il mercato unico continentale piuttosto che istituzioni politiche senza adeguata legittimità costituzionale. Dopo la Brexit, Rutte diventa, in qualche modo in sintonia con Angela Merkel, l'esponente del Nord che polemizza con gli spendaccioni del Sud (i cosidetti PIGS: Portogallo, Italia, Grecia, Spagna). Gestita con abilità la fase del Covid, il futuro segretario della Nato costruisce un asse con Macron per tentare un esperimento di gestione tecnocratica dell'Unione realizzato con la convergenza popolari-liberali-verdi-socialisti, la “maggioranza Ursula”. Prende atto poi del fallimento di questa linea e specialmente della sua principale invenzione, il Green Deal, tra l'altro ispirato da un altro olandese, il socialista ecologista ultraideologizzato Frans Timmermans. E sceglie così di impegnarsi nella Nato.

Nella politica nazionale Rutte governa un primo mandato da premier con un esecutivo di minoranza con il suo partito (Partito per la libertà e la democrazia, VVD) d'intesa con i popolari del Christian Democratic Appeal, e un rapporto con il partito di destra di Geert Wilders, Partito per la libertà (PVV). Esercita poi un secondo mandato con una maggioranza formata insieme ai laburisti, che regge anche dopo le successive elezioni politiche e sopravvive a un complicato scandalo che investe il suo partito. Poi forma un nuovo esecutivo con il Cda e l'Unione Cristiana Ortodossa. Alla fine, dopo la larga vittoria di Wilders nelle elezioni del 2024 sceglie appunto di impegnarsi nella Nato.

Questi suoi spericolati 14 annidi premiato gli sono valsi la fama di “politico teflon”, cioè di chi riesce a evitare critiche, responsabilità o conseguenze negative per i propri errori, scandali o controversie, rimanendo con un'immagine pubblica positiva. Come il teflon, nulla gli si attacca. Senza dubbio la principale caratteristica del suo impegno politico e il realismo, e risponde a chi gli chiede qual è la sua visione della politica dicendo: se un politico ha una visione, è bene che vada dal dottore.

Ma non si può parlare di un pragmatismo senza principi, il suo modo per esempio di interloquire con la destra radicale non con denuncia apocalittiche, con “i fronti popolari” e le scomuniche, ma verificando i punti d'incontro e di contrasto è un'importante lezione per tutta l'Europa di come si deve cercare di integrare certe tendenze politiche piuttosto che emarginarle. Ed è un approccio che si basa su saldi principi liberali, indispensabile per far funzionare bene una democrazia. E che tra l'altro porta a dividere i conservatori radicali tra razionali e ideologizzati come insegnano le cronache di questi giorni, quando sette deputati del partito di Wilders l'hanno abbandonato perché non affrontava più le questioni centrali con concretezza.

E questo spirito liberale pragmatico Rutte lo dimostra anche con le sue dichiarazioni da segretario della Nato, così confortanti per chi non pensa che la politica sia solo retorica e propaganda: «Trump ha ragione sulla sicurezza sull'Artico». Lo dice mentre trova anche una via per far uscire il presidente americano dalla sua retorica sulla proprietà della Groenlandia che tanti problemi ha creato alla politica europea. E così è razionale la lode del presidente americano per aver portato gli europei a rifinanziare la Nato. E riconosco, poi, alla Casa Bianca lo sforzo di chiudere la guerra in Ucraina.

Ed è esemplare un altro richiamo al realismo quando dice: «Se qualcuno qui pensa ancora che l'Unione Europea o l'Europa nel suo insieme possa difendersi senza gli Stati Uniti, continuate a sognare. Non potete, non possiamo. Abbiamo bisogno gli uni degli altri». I più volgari gli danno del «lecchino», i più raffinati lo scoprire «the sussurratore», il suggeritore (all'orecchio di Trump), i più imbestialiti perché riesce a creare nonostante tutto un ponte tra Usa e Ue sostengono che «non conta niente»: ma intanto, in una situazione internazionale così caotica, Mark Rutte è diventata la bussola di chi non abdica dalle proprie responsabilità.

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