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Jeffrey Epstein, lo scandalo non affonda Trump ma i progressisti

I colpi più duri i files li hanno per ora assestati al governo laburista inglese di Keir Starmer, già ammaccato di suo per la non brillante gestione dell’economia e della società
di Corrado Ocone lunedì 9 febbraio 2026

3' di lettura

Gli Epstein files avrebbero dovuto costituire la prova delle nefandezze commesse da Donald Trump e in genere dai più controversi personaggi della destra globale. Era questo il sottinteso, nemmeno troppo velato, della campagna mediatica lanciata dai media mainstream, gli stessi che, spiazzati dalla vittoria del tycoon alle elezioni di un anno e mezzo fa, pensavano di potersi sbarazzare di lui per via giudiziaria. L’insistenza sulla pubblicazione dei files non aveva altro scopo. Fino a quando, con l’Epstein Files Transparency Act firmato da Trump nel novembre scorso buona parte dei documenti sono stati finalmente desecretati. Le attese non sono andate deluse: in quelle migliaia e migliaia di email, foto, documenti, tutti maniacalmente catalogati a scopo di ricatto, ad emergere è la rete tentacolare dei rapporti del “faccendiere pedofilo”, che praticamente era in contatto con l’intero establishment mondiale. Non tutti questi rapporti delineano comportamenti e azioni delittuose, ma tutti testimoniano il ruolo centrale avuto dal finanziere. Nel contempo però sono anche emerse le prove di rapporti che andavano oltre la mera conoscenza ma di vera e propria complicità fra Epstein e alcuni dei suoi sodali, coinvolti più o meno direttamente, e più o meno inequivocabilmente, nel traffico di minorenni, abusi sessuali, feste e orge organizzate nelle sue dimore. Una vera e propria deflagazione che ha già messo in crisi governi, offuscato l’immagine di personaggi noti, messo fine a carriere. Tutto previsto, ma con un esito diverso da quello immaginato o augurato dai suddetti media: come un boomerang che torna indietro e colpisce chi ha insistito a che fosse lanciato, non Trump ma un for fiore di leader progressisti e è risultata colpita.

I colpi più duri i files li hanno per ora assestati al governo laburista inglese di Keir Starmer, già ammaccato di suo per la non brillante gestione dell’economia e della società ed ora infangato per la nomina di Peter Mandelson ad ambasciatore negli Stati Uniti. Proprio quel Mendelson che i files documentano in intimi rapporti col finanziere morto suicida, a cui avrebbe addirittura passato informazioni riservate quando era ministro. Per ora, a dimettersi è stato Morgan McSweeney, il capo dello staff di Starmer, ma non è detto che lo scandalo non si allarghi fino a costringere alle dimissioni il governo. D’altronde, dalla vicenda ne esce fortemente delegittimata la stessa monarchia inglese per il coinvolgimento pesante nel giro di Epstein del principe Andrea.

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Spostandoci in Francia, a cadere è niente meno che Jack Lang, una delle figure più rappresentative della sinistra, apprezzato ministro della cultura ai tempi di Mitterandd e fino a poche ore fa presidente dell’Istituto per il mondo arabo. Nel suo caso, Epstein lo avrebbe coinvolto, insieme alla figlia Caroline, in una serie di crimini finanziari, riciclaggio di denaro, frodi fiscali. Spostandoci in America, c’è attesa per la testimonanza al congresso, il 26 e 27 febbraio prossimi, di Bill e Hillary Clinton (che in un primo tempo si erano rifiutati e rischiavano l’incriminazione per oltraggio). I Clinton erano in stretti rapporti con Epstein, che aveva fatto visita all’ex presidente per ben 17 volte durante il suo mandato. Senza contare che in alcune foto Bill era stato ritratto con ragazze molto giovani. Insomma, gli sviluppi del caso sembrano confermare il detto popolare: “il piffero di montagna va per suonare e rimane suonato”.
 

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