Non si può parlare di un ultimatum. Ma di una scadenza sì. Sarebbe quella che gli Stati Uniti avrebbero fissato per concludere la guerra tra Russia e Ucraina. «Gli statunitensi propongono alle parti di porre fine alla guerra entro l’inizio dell'estate e probabilmente faranno pressione sulle parti in base a questo calendario». A dirlo è stato ieri, in una chiacchierata-fiume con i giornalisti, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
E se da parte americana, ancora nel tardo pomeriggio di ieri, non era giunta alcuna replica (mA nemmeno alcuna smentita), quanto affermato dal leader ucraino ha un senso, dato che proprio in quel periodo la campagna elettorale perle elezioni di metà mandato (che si terranno a novembre) entrerà nel vivo e che per allora il presidente Donald Trump voglia potersi concentrare più sul fronte interno che su quello internazionale.
Zelensky ha precisato di non aver ricevuto segnali su un possibile ritiro degli Stati Uniti dai negoziati qualora il conflitto non si concludesse nei tempi indicati. «Non ho percepito questo possibile sviluppo dalla squadra negoziale. Certo, è preferibile che gli statunitensi non se ne vadano, perché la loro presenza è stata fin qui fondamentale».
Di più: il presidente ucraino ha lasciato intendere come a entrambe le parti convenga portare avanti le trattative prima che lo scenario politico interno americano, che al momento vede il presidente Trump forte dell'appoggio del Congresso sia al Senato sia alla Camera, rischi cambiare. Poi ha detto una cosa che farà sicuramente infuriare Mosca, sostenendo che la Russia stia valutando di “mettere in pausa” la cosiddetta Operazione speciale perché «i russi hanno meno soldi. Un rapporto della loro Banca centrale parla di oltre 80 miliardi di dollari di deficit entro il 2025. Ma in realtà sono più di 100 miliardi, perché hanno rinviato parte dei pagamenti all’anno successivo», ha affermato Zelensky.
Intanto, però, i lanci di droni e missili continuano in modo incessante, notte dopo notte, e a ritmi incalzanti: secondo le stesse fonti ucraine, tra la serata di venerdì e l’alba di ieri ben 400 droni e una quarantina di missili tra i quali gli ipersonici Iskander, sono stati lanciati verso diverse località dell’Ucraina da Odessa a Vinnitsya, da Ternopil a Leopoli, causando nuovi danni alle centrali energetiche e blackout diffusi. L'offensiva ha fatto registrare oltre 200 droni nella sola fascia oraria tra le 2 e le 2.30 della notte.
L’attacco sul quadrante nord-occidentale del Paese, dove si trova la città di Leopoli, è stato talmente intenso da spingere le autorità polacche a chiudere, fino alla tarda mattinata di ieri, due aeroporti civili nella Polonia sud-orientale, quelli di Lublino e di Rzeszow, per il timore che qualche drone potesse sconfinare nello spazio aereo di Varsavia e per non intralciare le operazioni di pattugliamento della zona di confine da parte di alcuni caccia della Nato e dell'Aeronautica tedesca.
Le forze russe starebbero cercando di riattivare i terminali Starlink montati sui loro droni Geran 2, attraverso l’utilizzo di società fittizie o il recupero di dispositivi dai detriti di droni ucraini, dopo che da alcuni giorni Space X ha introdotto la registrazione obbligatoria dei terminali usati in Ucraina e lo spegnimento automatico di quelli non verificati (ossia di quelli russi, dato che Elon Musk non ha mai consentito al Cremlino di appoggiarsi al suo sistema di satelliti). «Il nemico sta cercando opzioni per riattivare Starlink», ha scritto su Telegram il consigliere del ministro della Difesa ucraino, Serhiy Beskrestnov, aggiungendo però che eventuali terminali attivati verrebbero individuati e bloccati, mentre chi dovesse aiutare il nemico in cambio di denaro verrebbe facilmente individuato e condannato al carcere.
Intanto, sul fronte della diplomazia, i colloqui di pace potrebbero compiere un passo storico in settimana, dopo che l'amministrazione Usa ha proposto alle squadre di negoziatori di Ucraina e Russia di incontrarsi in formato bilaterale a Miami.