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Al tavolo di Trump su Gaza si siederà chi cerca la pace

Anche il Vaticano è intransigente verso la Casa Bianca. Però ha stretto intese con la Cina e invoca le Nazioni Unite, amiche di Hamas e dell'Iran
di Antonio Socci giovedì 19 febbraio 2026

4' di lettura

Martedì scorso la Repubblica ha lanciato, con squilli di tromba, dalla prima pagina, la “lezione inedita” di Michela Murgia sull’odio. Con questo titolo: «Ora assumiamoci la responsabilità di odiare gli altri».
Nel finale della scrittrice ci sono le sue conclusioni: «Uno dei migliori testimonial di questo atteggiamento maturo sull’odio, per me, è Antonio Gramsci, che con la sua dichiarazione esplicita “Odio gli indifferenti”, ci ha offerto un esempio scintillante di come l’odio, se viene riconosciuto e disciplinato attraverso l’intelligenza, non è un difetto. È una virtù, luminosissima».

Esprimo profondo dissenso, ma ognuno sceglie ciò che vuole. Del resto viviamo un momento storico in cui l’odio non è solo un sentimento personale: a volte, in effetti, diventa politica (l’esempio di Gramsci, citato dalla Murgia, è politico), ma spesso non sembra «riconosciuto e disciplinato attraverso l’intelligenza» come lei si augurava.

Tralasciando i social (in cui l’odio è diffuso in tante direzioni) resta da decifrare il sentimento che domina diverse cancellerie europee (forse nel panico per un consenso sociale in picchiata) verso l’attuale amministrazione americana.

Non vogliamo definirlo odio politico, ma neanche banale antipatia: le élite europee appaiono dominate da una forte ostilità pregiudiziale verso la Casa Bianca. È anche comprensibile perché Trump ha messo a nudo i loro errori e il loro fallimento davanti ai loro elettorati. Anche se lo ha fatto per esortare a cambiare strada, gli interessati hanno reagito con forte risentimento. Ma può il rancore produrre una politica saggia? La demonizzazione dell’interlocutore è giusta? La domanda riguarda anche l’opposizione che abbiamo in Italia.

Consideriamo il Board of peace su Gaza varato da Trump. Basta confrontare il serio discorso del ministro Tajani alla Camera, l’altro ieri, con le reazioni agitate delle opposizioni che hanno saputo solo strillare contro il Board of peace perché è una creazione di Trump. Non hanno una cultura di governo. Per produrre una politica passabile non basta la rabbia, andrebbe “disciplinata” attraverso l’intelligenza e declinata con argomenti realistici. Come ha fatto Giuliano Ferrara.

Da sempre Ferrara è un durissimo oppositore di Trump, in questa circostanza la sua intelligente analisi della realtà prevale sui sentimenti di ostilità e di disciplina. Contro la partecipazione italiana al Board of peace l’argomento della Schlein, assurdamente sottoscritto pure dal segretario di Stato vaticano Parolin, è questo: non si partecipa al Board of peace di Trump, perché ci deve pensare l’Onu.

Ferrara ha fatto queste considerazioni: che Tajani partecipi come osservatore «è considerato un atto di resa scodinzolante al neocolonialismo da gente che si mostra disinteressata, per distrazione ideologica, al disarmo dei boia di Hamas e alla costruzione di un’idea di governo della Striscia diversa da quella che ha portato alle note atrocità». Poi ha aggiunto: «obiettare in favore del primato dell’Onu, dopo la vicenda più che incresciosa dell’Unrwa e dopo che anche Medici senza frontiere ha denunciato la militarizzazione del principale ospedale di Gaza City, esattamente come aveva riferito l’intelligence israeliana, è un altro atto che simula la nobiltà d’animo e le buone maniere, puro snobismo di una sinistra che sul medio oriente ha sbagliato molto più e molto più gravemente degli Stati Uniti e del loro alleato israeliano».

Dopo aver riconosciuto i meriti di Trump nell’arrestare il conflitto, Ferrara spiega: «La traccia che porta alla definizione di una pacificazione stabile è ancora debole... ma che ci si provi e si cerchi di associare all’impresa il maggior numero possibile di soggetti... non sembra un crimine coloniale, ma una via per adesso senza alternative».

Si può aggiungere che l’Onu è il luogo dove pochi giorni fa l’Iran (dopo l’orrenda repressione del gennaio scorso) è stato eletto vicepresidente della Commissione per lo sviluppo sociale che promuove “democrazia, uguaglianza di genere e tolleranza” e il segretario generale dell'Onu Antonio Guterres ha inviato «le più calorose congratulazioni» all’Iran per l’anniversario della rivoluzione islamica del 1979. L’ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite Mike Waltz ha commentato su X: «Un altro motivo per cui non siamo membri, né partecipiamo, a questa ridicola “Commissione per lo sviluppo sociale”». Questa sarebbe l’Onu che dovrebbe occuparsi di Gaza dopo che non è stata capace di fare nulla, né sul Medio Oriente, né sull’Ucraina.

Ciò che più sconcerta è che la Segreteria di Stato vaticana si sia accodata a questa retorica sull’Onu e abbia risposto no anche a partecipare al Board come “osservatore”. Il rifiuto di essere presente al tavolo della pace depotenzia enormemente anche i sacrosanti appelli del Papa per la pace. E si aggiunge ad altre discusse scelte del card. Parolin, già protagonista, al tempo di papa Bergoglio, del pessimo accordo con il regime comunista cinese (su cui il grande card. Zen ha usato parole dure).

Evidentemente anche alla Segreteria di Stato vaticana va bene sedersi al tavolo con il regime tirannico e persecutore di Pechino, ma non al tavolo con il presidente degli Stati Uniti. Come certe cancellerie europee che trattano con la Cina comunista, ma ritengono Trump un nemico. Occorre la separazione delle carriere anche fra vescovi e sinistra.

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