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Giorgia Meloni, realismo e risultati: il riferimento che Parigi non può e non vuole ignorare

Il premier è da qualche tempo il convitato di pietra della politica transalpina: anche quando non c'è, fa rumore. Che guaio per Macron...
di Mauro Zanon sabato 21 febbraio 2026

3' di lettura

Giorgia Meloni è diventata da tempo il convitato di pietra della politica francese. Anche quando non c’è, anche quando non parla, fa rumore in Francia. Per il presidente della Repubblica, Emmanuel Macron, il presidente del Consiglio italiano è una presenza ingombrante, un’ossessione. Ogni sua dichiarazione, presa di parola, anche quando manifesta solidarietà al popolo francese e denuncia un nemico comune come l’ultrasinistra violenta, responsabile della morte di un giovane studente di 23 anni, suscita nervosismo, irritazione. L’inquilino dell’Eliseo non sopporta l’idea che una leader bollata per anni come «impresentabile» sia riuscita a diventare un’interlocutrice credibile a Bruxelles e a Washington. Non sopporta l’idea che l’Italia, con Meloni, non sia più il ventre molle dell’Europa e un Paese governato da scendiletto, ma un attore centrale che pesa nei dossier che contano, industria, accordi commerciali, energia, migranti.

Macron ha fondato la propria identità politica su una promessa: proteggere la Francia e l’Europa dal presunto «salto nel buio» rappresentato dalle destre sovraniste, offrendo al tempo stesso modernizzazione e stabilità. Il presidente francese si è presentato come baluardo e modello contro i nazionalismi, presentando lo scontro come una scelta morale, esistenziale: o con me o con il caos. Poi però a Roma è arrivata una leader pragmatica che non solo non ha fatto saltare l’euro, non solo non è uscita dall’Ue, non solo non ha dichiarato guerra a Bruxelles, ma ha contribuito a normalizzare l’idea che una destra identitaria possa governare un grande Paese europeo senza provocare rotture sistemiche. Non c’è stata nessuna marcia su Bruxelles, nessun isolamento internazionale, c’è stato, piuttosto, un lento ma costante spostamento dell’asse europeo verso temi che fino a pochi anni fa erano tabù.

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Dietro l’ossessione di Macron per Meloni c’è anche un calcolo interno. In Francia, la destra identitaria è una forza che ha il vento in poppa nei sondaggi. E se l’esperienza italiana dimostra che i sovranisti possono governare senza catastrofi, allora l’argomento dello “spauracchio populista” perde inevitabilmente efficacia nel dibattito francese. Da tempo una parte della destra d’Oltralpe studia infatti il modello Meloni come si studia un manuale.

Marion Maréchal, giovane leader sovranista, non ha mai nascosto la sua simpatia per il presidente del Consiglio italiano e sogna di esportare in Francia l’unione delle destre istituzionalizzata da Meloni in Italia. Anche Jordan Bardella, presidente del Rassemblement national e probabile candidato all’Eliseo in caso di conferma dell’ineleggibilità di Marine Le Pen, vede in Meloni «un modello europeo», così come Bruno Retailleau, leader dei gollisti, e l’ex primo ministro e leader di Horizons Édouard Philippe. «È riuscita a realizzare una serie di cose in un contesto italiano incredibilmente complicato», ha dichiarato la scorsa estate Philippe, elogiando il pragmatismo di Meloni.

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Alla fine la domanda che aleggia a Parigi è semplice: se è successo a Roma, perché non qui? È la domanda che inquieta l’Eliseo e galvanizza una parte crescente della destra francese. Meloni non vota in Francia, non fa campagna lì, ma è come se fosse sempre seduta a quel tavolo. Silenziosa, ma presente. Un convitato di pietra.

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