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Ucraina, dopo 4 anni di guerra Putin è impantanato anche grazie a Trump

Convegno di Fdi al Senato. Guerini: positiva la linea di continuità del nostro Paese. Sechi: decisivo il ruolo degli Usa. Fazzolari: dobbiamo essere fieri di quanto fatto. Polemica (surreale) per una battuta sullo zar e il referendum
di Elisa Calessimercoledì 25 febbraio 2026
Ucraina, dopo 4 anni di guerra Putin è impantanato anche grazie a Trump

5' di lettura

Quattro annidi fake news. Quattro anni, da quando è iniziata l’invasione della Russia, in cui «raccontano come l’Ucraina avrebbe perso la guerra sin dalle prime settimane». Quando, invece, «la situazione sul campo ci parla di una Russia impantanata, che non riesce più a uscire da un inferno che si è andata a cercare, perché non si aspettava la risposta ucraina». Francesco Filini, deputato di Fratelli d’Italia e coordinatore dell’Ufficio studi del partito, ha aperto così il convegno organizzato nella Sala Zuccari del Senato dal titolo “4 anni di lotta per la libertà. Il fallimento strategico della Russia e il risorgimento ucraino”. Al tavolo, relatori di maggioranza (i capigruppo di Fratelli d’Italia, Galeazzo Bignami e Lucio Malan, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari, grande amico di Kiev), ma anche di opposizione (il presidente del Copasir, Lorenzo Guerini, Pd, e il senatore di Azione, Marco Lombardo).

E poi le voci del giornalismo che hanno difeso con più forza la causa ucraina: il direttore del nostro giornale, Mario Sechi, quello del Foglio Claudio Cerasa, l’editorialista del Corriere della Sera Federico Rampini, l’inviata della Rai, Stefania Battistini, l’analista e youtuber di origine russa Anton Sokol, il giornalista ucraino Vladislav Maistroux. Smascherare le falsità della propaganda russa, armi di quella guerra ibrida che Mosca combatte in parallelo a quella sul campo, è il punto di partenza. Per questo l’ufficio studi di Fdi ha messo insieme un dossier che raccoglie tutte le bugie raccontate dalla Russia. La prima è che Mosca stia vincendo. Non è vero. E lo confermano sia il giornalista ucraino, sia l’analista russo. Cerasa ha ricordato come la prima fake news sia stata raccontare che aiutare l’Ucraina fosse inutile. Mentre non è stato così. Il sostegno dato dall’Europa è contato. E nonostante la guerra ibrida condotta dai russi, «la stragrande maggioranza delle forze politiche in Italia è dalla parte giusta». E questo «è il primo fallimento strategico della Russia». Il secondo è il fatto che le conquiste dell’Europa, dell’Occidente, non solo non sono crollate, ma si sono rafforzate.

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«Oggi la Russia ha 1800 km in più di confini della Nato grazie all’ingresso della Finlandia». Guerini ha definito «positivo» il fatto che «il nostro Paese si è dato una linea di continuità» sull’Ucraina. Ma ha insistito sul fatto che «per contrastare le fake news, dobbiamo essere determinati» non solo «nei fatti, ma anche nelle parole, perché una delle guerre più importanti è la guerra cognitiva», ossia il tentativo di far passare una narrazione «non veritiera». Su questo, ha detto Guerini, «tutti dovremmo avere più coraggio». Perché «la guerra ibrida ha lo scopo innanzitutto di impaurire le opinioni pubbliche, di mostrare loro che le politiche che i governi stanno realizzando non vanno nei loro interessi». A questo puntano i “sabotaggi”, gli attacchi informatici. «A volte i target sono precisi, a volte l’obiettivo è la dimostrazione che i sistemi non sono sicuri. Vogliono che alla fine uno si chieda: ma vale la pena appoggiare l’Ucraina?». Si passa, poi, al negoziato avviato da Trump ora in corso, sui Guerini ha espresso qualche dubbio. Il direttore di Libero Sechi ha replicato che l’alternativa all’attuale processo negoziale è che si vada al tavolo della pace con una delle parti, Kiev, sconfitta. Anche Sechi, poi, ha smentito che la Russia stia vincendo. «È l’avanzata più lenta nella storia. A Kharkiv avanzano 50 metri al giorno, nel Donetsk di 150 metri al giorno.

Più che l’armata rossa, è un armata che russa». Certo, sono ancora la seconda potenza nucleare «e questo nel pensiero di Washington ha un peso». Detto questo, non va dimenticato che «Trump è quello che ha dato i Javelin (i missili anticarro, fondamentali nella resistenza ucraina, n.d.r.) a Kiev. Senza questi avremo i carri armati russi nella Capitale». Infine, non va dimenticato, ha osservato Sechi, che per Trump lo scenario ucraino è legato a quello del Medio Oriente. «La ricostruzione in Ucraina non si potrà fare senza gli americani, come accadde per il Piano Marshall». Ecco, ha aggiunto Sechi, «perché è importante la partecipazione dell’Italia nel Board of Peace». Sechi ha poi sottolineato il ruolo di “ponte” del governo italiano, capace di limitare le intemperanze di Trump. Marco Lombardi, di Azione, ha quindi insisto sul concetto di patriottismo. «Tutti coloro che si riconoscono nel patriottismo non possono non essere qui nel riconoscere il patriottismo ucraino». A chiusura del convegno, Fazzolari ha ricordato che «la Russia è davanti a una sconfitta storica e strategica che pagherà per decenni».

Prima dello scoppio della guerra, «la percezione di tutti era che fossimo di fronte a una grande potenza economica e di influenza nel mondo. Oggi la Nato, che doveva essere il grande pericolo della Russia, si è allargata ben oltre ogni previsione». In conclusione, «quella che era vista come la seconda potenza al mondo si è ridotta a una potenza regionale che non riesce ad avere la meglio sull’Ucraina». In parallelo, Kiev è cresciuta. «Prima che scoppiasse la guerra quasi si dubitava dell’esistenza dell’Ucraina». Oggi «quando si parla di Ucraina, si parla di eroismo, di coraggio». Ha quindi ricordato che Giorgia Meloni, con la decisione di sostenere con nettezza Kiev, all’opposizione e poi una volta arrivata al governo, ha compiuto una scelta storica. «Meloni e Fdi avevano la forza di posizionare la linea dell’elettorato italiano. Se Fdi si schierava sostenendo una posizione timida sarebbe stata la linea dell’Italia. E se fosse stata la linea dell’Italia, lo sarebbe anche a livello europeo. Noi come italiani dobbiamo essere fieri di quanto ha fatto il nostro governo».

Una polemica ha poi riguardato il sottosegretario. Prima che iniziasse il convegno, rispondendo a una domanda di un giornalista («se il referendum sulla separazione delle carriere fosse in Russia, Putin voterebbe no?») Fazzolari aveva risposto che «in Russia non c’è la separazione delle carriere, Putin (così hanno riportato le agenzie di stampa, n.d.r.) voterebbe no». Frase che poi, dal tavolo del convegno, ha precisato e smentito: «Io ho detto semplicemente che “in Russia non c’è la separazione delle carriere”. Ho risposto a una battuta con una battuta, non ho detto che Putin voterebbe no».

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