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Perché il ruolo di Israele diventa ora decisivo

Il fatto che l’attacco si dispiega oggi soprattutto dal mare consegna a Israele una responsabilità tremenda e archetipale in una misura mai apparsa così strategica
di Giulio Sapellilunedì 2 marzo 2026
Perché il ruolo di Israele diventa ora decisivo

4' di lettura

Nel 2003 la coalizione raccolta attorno agli Stati Uniti (da cui si sottrassero Francia e Germania, con la Turchia che non consentì il passaggio di truppe sul suo territorio) attaccò il regime di Saddam Hussein in Iraq con più di 300mila uomini sul terreno e occupò il territorio iracheno quel che bastava per controllare le vie di comunicazione e le risorse strategiche. E naturalmente dividerne i gruppi dominanti, approfittando delle divisioni etniche secolari. Si combatteva con i piedi per terra e il tempo era una risorsa quasi infinita. Oggi con l’attacco talassocratico, ossia che viene dal mare, il paesaggio strategico e i vincoli che la stessa guerra pone a se stessa sono enormi, ben più grandi di quelli di allora. Le teorie clausewitziane ci ricordano infatti che qualsiasi mezzo navighi sul mare, prima o poi dovrà rifornirsi e qualsivoglia ordigno venga dal cielo (come ci ricordò Charles de Gaulle con le sue critiche al generale Philippe Pétain prima della Seconda guerra mondiale) deve trovare linee non solo di rifornimento, ma difensive per i mezzi che volano, se si vogliono usare con efficacia più di una sola volta.

I CAMBIAMENTI
Il fatto che l’attacco americano e israeliano si dispiega oggi soprattutto dal mare, con le armate nordamericane profondamente trasformate rispetto al 2003, consegna a Israele una responsabilità tremenda e archetipale in una misura mai apparsa così strategica. È una responsabilità che bene esprime l’importanza di questa guerra per la teoria strategica militare e diplomatica, mentre ci ricorda che gli effetti controintuitivi e le asimmetrie di potenza sono fondamentali per comprendere l’altissimo rischio che tutti i contendenti corrono nel conflitto. Pensate allo stretto di Hormuz. Se gli iraniani riescono a minarlo, mentre gli Houti intensificano i bombardamenti sulle rotte verso il Canale di Suez, il greggio, il petrolio, gli oli per le macchine e tutto il resto, non possono giungere alle navi e agli equipaggi che navigano in un mare che sul fronte Mediterraneo - ossia europeo - non è per nulla pronto a intervenire in soccorso degli Stati Uniti e di Israele, con conseguenze che sarebbero inimmaginabili! Del resto non vi sono alternative. Gli iraniani dal potere ierocratico, non solo non si arrenderanno mai, come dimostra la furia omicida con cui eliminano i dissidenti, ma sono pronti – se avessero la bomba atomica - a colpire con l’arma nucleare non solo Israele, ma tutti coloro che si oppongono alla loro espansione strategica e al loro dominio sulle anime, come dimostrano le articolazioni del fondamentalismo sciita che ne guida la spiritualità assetata di morte e di vendetta.

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Per questo è impossibile un cambio di regime in Iran senza interventi militari sul campo (facendo tesoro dei tragici fallimenti iracheni). Solo forze militari di interposizione possono fermare i massacri che le polizie segrete e i Pasdaran scateneranno. Ci sarà poi tempo per lasciare ai cittadini della multietnica antica Persia il potere di scegliere il loro destino. Per questo operare con la diplomazia, mentre si combatte, sarebbe essenziale, dispiegando non negoziatori immobiliari pur esperti, ma che non possono sostituire la conoscenza storica. Perché ricordiamolo, l’Iran nonostante le brutture teocratiche è l’erede di una civiltà grandiosa e anche oggi, nelle pieghe nascoste e piene di martiri del regime tra i più odiosi apparsi sulla terra, si racchiude ancora una classe dirigente coltissima e non rassegnata, anche se minoritaria e isolata. Israele non può non essere l’alleato ideale in questa battaglia, se non si punta solo sul suo potenziale militare – anch’esso non infinito- ma anche sul patrimonio di conoscenze, di intelligenze, di culture strategiche che debbono trovare modo di esercitarsi con tutti gli alleati possibili.

LA GIORDANIA
Non solo le monarchie sunnite o a maggioranza sunnita del Golfo, ma anche regni più tormentati come quello hashemita devono essere valorizzati. E non solo perché la Giordania è strategicamente importante nel prolungamento di potenza di più Stati impegnati nel conflitto, ma anche per la saggezza della sua classe dirigente e i rapporti strategici che può avere con interlocutori importanti, dalla Palestina al Libano, che rivestono un ruolo troppo spesso dimenticato, ma che la recente trasformazione di poteri in Siria ha nuovamente posto all’attenzione dei più avveduti. Insomma, la guerra è iniziata e va vinta, ma rapidamente, così come va costruita rapidamente una coalizione di governo post-teocratica, laica e fortemente sorretta dalle armi. È essenziale uno sforzo di costruzione di un governo che trovi con paziente lungimiranza il tempo di ritrovare le radici di una grande nazione imperiale. La lezione storica dei Protettorati dopo il Trattato Sykes-Picot e post seconda Guerra Mondiale (ora che non c’è più la Guerra Fredda) va ripensata e attualizzata, evitando gli errori iracheni e le pressioni disgregatrici di russi, turchi e cinesi. Tutto è molto difficile, ma possibile con l’intelligenza che, da qualunque parte ti volti, oggi pare dimenticata.