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Vladimir Putin, il bacio della morte ai suoi alleati

Non solo Khamenei, Maduro e Assad: è dai tempi di Gheddafi che lo Zar è un monatto geopolitico
di Costanza Cavallivenerdì 6 marzo 2026
Vladimir Putin, il bacio della morte ai suoi alleati

3' di lettura

Un merito dobbiamo ascrivere a Vladimir Putin, ed è di averci segnalato i morituri della scena mondiale degli ultimi quindici anni, dal fanatico del panarabismo all’epigono del bolivarismo fino al più feroce dittatore con il suo radicalismo sciita. Tutti, in ogni caso, sanguinari. E tutti, in qualche modo e con intensità variabile, facenti parte dell’Asse del male e dell’agglomerata Autocrazia S.p.a, cementata da rigide, e condivise, dal Medio Oriente all’America Latina, policy aziendali.

Ultima crepa del perimetro geopolitico dello Zar è ovviamente il «cinico assassinio» (cit. Putin) dell’ayatollah Ali Khamenei. Il leader del Cremlino e «l’eminente statista» (cit. Putin) si erano incontrati l’ultima volta a Teheran nel luglio 2022 per un trilaterale. Il terzo?

Il presidente turco Erdogan (e non potrà dire di non essere stato avvisato). All’epoca, Khamenei assicurò il suo sostegno all’invasione dell’Ucraina attarverso armi (i droni Shahed) e cooperazione energetica. Andiamo indietro veloce ai primi di gennaio, quando Maduro e consorte vengono prelevati in vestaglia e rinchiusi in un carcere di New York in attesa della giustizia statunitense. Mosca aveva investito molto nell’erede di Chavez per farne il suo avamposto nell’emisfero occidentale ai danni di Washington. Nel 2024, al vertice di Kazan, Putin si spese perché Caracas venisse accolta nel club economico dei Brics, ma non superò il veto del Brasile.

Maduro avrebbe già dovuto capire che non si era scelto l’alleato più affidabile. Eppure tra i due Paesi scorrevano partenariati strategici economici, militari e pure sororali: Maduro definì la Russia «la sorella maggiore del Venezuela». E fin qui abbiamo elencato le destituzioni avvenute negli ultimi 15 mesi, due delle quali conseguenza diretta dell’azione militare degli Stati Uniti. Ma l’affaccendarsi del nostro monatto geopolitico ha fatto risuonare il tintinnio dei suoi campanelli già nel 2024, quando il regime di Bashar al-Assad crollò dopo la fulminea offensiva dei ribelli guidati dal gruppo militante islamista sunnita Hayat Tahrir al-Sham. Fu la fine dell’influenza russa nel Mediterraneo orientale. Putin non offrì aiuto ma asilo al dittatore deposto e a un migliaio di ex esponenti o funzionari del regime. Le cronache riportano un esilio trascorso in un grattacielo della capitale tra videogiochi, manuali di grammatica russa e libri di oftalmologia, perché l’alawita vorrebbe tornare a fare l’oculista. È andata meglio a Napolea, che ha smesso di nuocere al mondo a Sant’Elena.

La rete di anime morte dello Zar, alias Chichikov, comunque, aveva già cominciato a riempirsi da una decina d’anni. Con la caduta di Mu’ammar Gheddafi nel 2011 (il video dell’uccisione del dittatore è diventato l’incubo che ha influenzato l’intera successiva politica estera di Putin), seguita da quella di Viktor Yanukovych in Ucraina nel 2014 (fuggito durante la rivoluzione di Maidan) e quella di Omar al-Bashir in Sudan, possibile base militare russa sul Mar Rosso, nel 2019. Al Bashir venne deposto dopo mesi di rivolte popolari. Prima ancora è stata la volta di Robert Mugabe, lo storico leader anti-occidentale dello Zimbabwe con cui Putin aveva mantenuto rapporti cordiali e scambi commerciali. Fu deposto da un colpo di stato interno nel 2017. L’anno successivo, la rivoluzione di velluto scoppiò in Armenia: dopo 11 giorni di proteste, Serge Sargsyan annunciò le dimissioni e cedette la poltrona a un primo ministro, Nikol Pashinyan. molto più freddo nei confronti del Cremlino.

Fatte salve le alleanze con Pechino e Pyongyang, lo Zar vanta una fama di iettatore che oramai lo precede ed è un fuggi fuggi di autocrati instabili e partner nervosetti che guardano concupiscenti verso la Casa Bianca. È successo nel Caucaso, dove per decenni la Russia si è presentata come indispensabile garante della sicurezza tra Armenia e Azerbaigian per poi rivelarsi incapace di protezione verso la prima senza però sostenere completamente il secondo, che si è avvicinato alla Turchia. I due Paesi hanno siglato la pace a Washington lo scorso agosto. È successo in Moldavia, che ha imparato la lezione ucraina, e infine in Kazakistan, che sta coltivando relazioni con Cina, Turchia, Europa e Stati Uniti. Bielorussia e Cuba fanno gli scongiuri.