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Per l'Onu sono gli islamici i perseguitati: "I governi li porteggano"

di Pietro Senaldi lunedì 16 marzo 2026

3' di lettura

«I governi devono adottare misure concrete per contrastare l’incitamento all’odio, proteggere la libertà religiosa e combattere la discriminazione nei confronti dei musulmani, vittime di una preoccupante retorica anti-Islam ma anche di odio esplicito, che possono sfociare in molestie e violenze contro individui e luoghi di culto». A parlare è il presidente delle Nazioni  Unite, il portoghese Antonio Guterres. Lo ha fatto in occasione della giornata mondiale contro l’islamofobia, ed è ineccepibile che l’Onu si preoccupi della sicurezza dei due miliardi di abitanti del pianeta che sono fedeli di Allah. Né vale molto specificare che i duecento milioni circa di musulmani perseguitati ogni anno nel mondo sono poco più della metà dei 390 milioni- dato in crescita- di cristiani vittime dello stesso destino, a fronte di una massa di fedeli solo di poco superiore. Nel giorno dell’islamofobia, è giusto che si parli di questa e non di emergenze superiori come l’antisemitismo, che riguarda la totalità dei sedici milioni di ebrei nel mondo, o dell’uccisione per motivi di fede di circa seimila cristiani ogni anno.

Quello che però dovrebbe specificare Guterres, per rendere un’esatta fotografia della situazione, quando invita gli Stati a vigilare sulle «profilazioni ingiustificate, le politiche migratorie tendenziose e le esclusioni e discriminazioni istituzionali e socioeconomiche di cui sono vittime i musulmani», è chi in realtà perseguita i fedeli di Allah. Noi occidentali, con il nostro insensato senso di colpa nei confronti del resto dell’umanità perché abbiamo sviluppato un’economia più ricca e una civiltà che ha colonizzato buona parte del pianeta, siamo portati a puntarci l’indice accusatorio al petto, quando sentiamo parlare di discriminazioni. La realtà però è un’altra: a perseguitare i musulmani non sono le nostre democrazie bensì gli Stati totalitari e i musulmani stessi, in una fratricida e permanente guerra di religione.

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Parlano i dati. Nel 2025 in Italia, Paese di tradizione ultra-cattolica, si sono verificati un migliaio di episodi di antisemitismo contro un centinaio di casi segnalati di islamofobia e una cinquantina di anti-cristianesimo. Considerato che abbiamo il 4% di popolazione musulmana a fronte di un 78% che si dichiara cattolica e di uno 0,2% che si professa ebrea, è pura matematica registrare come, in proporzione, la grande maggioranza di episodi di intolleranza religiosa arriva dall’area islamica. Una tendenza ancora più marcata in Europa, con percentuali di fedeli più o meno simili (5-6% di musulmani e 76-77% di cristiani) ma lo stesso numero di atti islamofobi e anticristiani, circa duemila, contro i diecimila episodi di antisemitismo.

Se si apre lo sguardo al mondo, si ha la conferma di come siano le dittature le principali nemiche dell’islam, come di tutte le religioni. In Cina, la repressione della minoranza musulmana degli uiguri è spietata: su dodici milioni, circa un milione e mezzo è internato in campi di rieducazione. In Myanmar, negli ultimi dieci anni sono stati uccisi 25mila musulmani e altri settecentomila sono stati perseguitati e costretti a fuggire. Ma anche in India si registrano centinaia di attacchi ai fedeli di Allah da parte di vari gruppi nazionalisti indù, con anche vittime.

C’è poi la persecuzione dei musulmani nei confronti di altri musulmani. Caso scuola è il Pakistan, con il 97% dei cittadini devoti di Allah, ma dove la minoranza sciita e quella degli ahmadiyya, considerati eretici, subiscono arresti, attentati e uccisioni. In Afghanistan, il regime dei talebani uccide per motivi religiosi circa cinquemila tra sciiti e musulmani moderati ogni anno. In Iraq, la guerra tra sunniti e sciiti ha registrato decine di migliaia di vittime solo negli ultimi anni. E che dire dell’Africa? In Sudan, la guerra civile truccata da conflitto religioso provoca la morte violenta di quattromila musulmani l’anno, al netto delle carestie. Discorso simile per la Somalia, mentre in Nigeria, Boko Haram, derivazione di Daesh, e gli estremisti sunniti dell’Iswap, uccidono in conflitti intra-religiosi circa tremila persone l’anno (ma i cristiani ammazzati sono il doppio).

Nel decennio scorso poi, l’esplosione dello Stato Islamico, Daesh, tra Siria e Iraq, ha prodotto un’autentica carneficina: oltre 120mila musulmani trucidati in esecuzioni sommarie, attentati terroristici e pulizie etniche e religiose tendenti a consolidare il califfato e imporre la sua interpretazione estrema dell’islam. Cifre al netto delle morti per carestie, conflitti secondari ed esodi prodotti dall’Isis. Nel giorno dedicato all’islamofobia, l’Onu dovrebbe guardare verso Teheran, Kabul, Mogadisco, Lagos, anziché all’Occidente, patria della libertà religiosa. Ma è più facile parlare a chi ascolta, anche se incolpevole, piuttosto che a chi ha le mani insanguinate ma non ha coscienza né pietà.

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