Nel 1575 Simeon Bekbulatovich, principe tataro convertito al cristianesimo, fu convocato al Cremlino di Mosca. Lo zar Ivan Vasil’evich detto il Terribile lo fece sedere sul trono, gli mise in testa la corona di Monomaco e gli si inginocchiò davanti. Poi andò a sedersi in disparte, come un semplice boiaro. Per un anno Simeon firmò decreti, ricevette ambasciatori, presiedette cerimonie. Era lui lo zar. Ivan gli scriveva lettere ossequiose, chiedendo permessi, fingendo deferenza. Ma anche in Russia vale il detto: ccà nisciuno è fesso.
La guardia scelta degli oprichniki rispondeva solo a Ivan, le decisioni venivano solo da Ivan, la paura veniva solo da Ivan. Simeon era uno schermo, forse per aggirare una profezia che annunciava la morte dello zar di Mosca, forse per il puro piacere della beffa. O forse per inscenare una translatio imperii dal potere tataro a quello russo. Perché Ivan era ossessionato da questioni di legittimità. Nel 1576 il Terribile riprese il trono senza spiegazioni. Simeon fu spedito a governare Tver. Poi Kjril’ov. Poi lo cacciarono in un monastero dove fu costretto a prendere i voti col nome di Stefano. Morì cieco e dimenticato nel 1616, trent’anni dopo Ivan.
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Il 2 marzo 2008, Dmitrij Medvedev prestò giuramento come presidente della Federazione Russa. Aveva quarantadue anni, un viso tondo e rassicurante, un profilo professionale da tecnocrate. Il giorno prima, Vladimir Putin lo aveva accompagnato in auto al Cremlino. Medvedev parlò di libertà, Stato di diritto, modernizzazione. Aprì un account Twitter. Ricevette Obama, strinse mani, sorrise nelle foto. Propose un nuovo trattato nucleare. A Washington e soprattutto in Europa qualcuno ci credette. Nel 2008, quando la Georgia fu invasa, Medvedev era presidente. Quattro anni dopo, lasciò la carica a Putin e diventò primo ministro. Nel 2020, rassegnò le dimissioni da premier senza che nessuno capisse bene perché. Putin, come lo zar Ivan, aveva schiacciato il potere degli oligarchi (i nuovi boiari), creato la Rosgvardija (la nuova Oprichnika) e non rispettava nessuno, tranne la Chiesa. Usò Medvedev come un schermo.
Anzi, un fantoccio. Perché Putin era fissato con le questioni di legittimità. Dmitrij finì a fare il vicepresidente del Consiglio di sicurezza, una poltrona senza peso se non quello che le dà l’autocrate. Da quella inutile posizione, cominciò a rilasciare dichiarazioni sempre più feroci e grottesche: minacce di attacchi nucleari, insulti agli occidentali, invettive contro l’Ucraina. Un uomo che aveva twittato in inglese sull’iPhone adesso evoca l’apocalisse. Forse era meglio finire cieco in un monastero.