Lo Stretto di Hormuz non è più un vicolo cieco, ma resta un corridoio sorvegliato a vista. Con un annuncio che ha fatto immediatamente respirare i mercati petroliferi, l’Iran ha dichiarato la piena riapertura della rotta a tutte le navi commerciali e alle petroliere fino al 21 aprile, data di scadenza della tregua con gli Stati Uniti. Dietro questa (temporanea) normalizzazione si gioca una partita a scacchi globale fatta di asset congelati, materiale nucleare e una nuova iniziativa europea che punta a riprendere il controllo della rotta più calda del pianeta. Mentre Stati Uniti e Iran negoziano sul destino dell’uranio di Teheran, ieri all’Eliseo si è tenuta una riunione d’urgenza presieduta dai presidenti di Francia e Regno Unito, rispettivamente Emmanuel Macron e Keir Starmer, con la partecipazione della premier italiana Giorgia Meloni e del cancelliere tedesco Friedrich Merz. L’obiettivo è creare una “Coalizione di volonterosi” anche per il Medio Oriente, che sia capace di garantire, una volta finita la guerra, che Hormuz non torni mai più a essere un’arma di ricatto.
Il cuore tecnico della missione europea riguarda le navi “dragamine”. Paesi come Belgio, Paesi Bassi e Francia sono pronti a schierare le proprie capacità di sminamento per bonificare le acque dello stretto, ma è la Marina Militare italiana (il cui staff, non a caso, era presente a Parigi) che da anni rappresenta un punto di riferimento nella Nato per le operazioni di sminamento navale, grazie a una combinazione di tecnologia, esperienza operativa e specializzazione. La nostra Marina dispone di 10 dragamine: 2 classe Lerici e 8 classe Gaeta/Lerici 2ª serie. Sono navi lunghe circa 52 metri progettate proprio per operare in acque ristrette e ricche di traffico come quelle del Mediterraneo o del Golfo, realizzate in vetroresina rinforzata per ridurre al minimo la firma magnetica, mentre i sistemi di propulsione sono progettati per abbattere vibrazioni e rumore, rendendo le unità estremamente difficili da rilevare dalle mine più sofisticate.
Mentre Hormuz riapre l'Ue si riscopre inutile
Quando le agenzie hanno iniziato a battere la notizia che l’Iran stava dichiarando lo stretto di Hormuz «com...Sono dotate poi di sonar ad alta precisione e veicoli subacquei telecomandati, perché pensate per individuare e distruggere singoli ordigni con grande accuratezza. A bordo imbarcano una cinquantina di persone, con palombari altamente addestrati, capaci di intervenire in profondità con il supporto di camere iperbariche. Queste specifiche rendono le dragamine italiani particolarmente adatte agli scenari più complessi, dove le mine non sono semplici ordigni ancorati ma sistemi intelligenti che reagiscono a segnali acustici, magnetici odi pressione. A differenza delle tradizionali dragamine- che “ripuliscono” aree ampie facendo esplodere gli ordigni - le nostre operano in modo chirurgico: individuano ogni singola mina, la analizzano e la neutralizzano con droni subacquei o interventi dei palombari.
È proprio questa capacità di precisione a fare la differenza nello Stretto di Hormuz, uno dei corridoi energetici più sensibili al mondo, dove anche poche mine possono bloccare il traffico petrolifero globale. E che l’apporto dell’Italia sia indispensabile lo sanno tutti: «Offriamo la disponibilità a mettere a disposizione unità navali sulla base di un’autorizzazione parlamentare per quelle che sono le nostre regole costituzionali. È un impegno in linea con le missioni Aspides e Atalanta», ha detto Meloni nelle dichiarazioni alla stampa al termine della Conferenza che si è tenuta a Parigi.
L’annuncio che tutti aspettavano, compresi gli stessi francesi (che a loro volta dichiarano una forza composta 10 dragamine tripartiti), gli inglesi (che hanno 6 navi Hunt -class e 7 Sandown-class, ma vanno stornate 2 ex Sandown fornite all’Ucraina per l’uso nel Mar Nero e 2 vendute alla Romania tra il 2023 e il 2025) e gli americani, rimasti “senza” navi iperspecializzate e che hanno a disposizione solo le Lcs, “Littoral Combat Ship”, ribattezzate dai marinai stessi “Little Crappy Ships” (ovvero “piccole navi di mer*a”) per i problemi di affidabilità che mostrerebbero dal momento dell’entrata in servizio.
Due dragamine italiane, già approntate dalla Difesa, attualmente in porto in Italia, sono già disponibili ad essere inviate per un intervento di bonifica con uno o più mezzi navali nello Stretto di Hormuz, come richiesto dal Governo solo in condizioni di sicurezza e con la cessazione delle ostilità nella stessa area. Negli ultimi anni la Marina ha già avviato un programma di rinnovamento della flotta con una nuova generazione di dragamine costieri e oceanici, progettati per integrare droni marini e sistemi autonomi. Vista la pagina di storia che stiamo vivendo, Roma è, e sarà, sempre più all’avanguardia in questo fondamentale.




