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Romano Prodi, anche lui contro la Ue: "È sbandata, non conta nulla"

Elisa Calessi
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Padre nobile non ha mai smesso di esserlo. Così come l’uomo, l’unico, che è riuscito a far vincere nelle urne il centrosinistra (e Stefano Bonaccini, con pragmatismo emiliano, lo ha ricordato).

Ieri, però, Romano Prodi, intervenendo a Cesena alla kermesse di “Energia popolare”, la non-corrente aggregata attorno al governatore dell’Emilia Romagna e che, però, a dispetto delle intenzioni del “capo”, ha tutta la forza creativa di una corrente, è tornato a essere anche un professore. Ma non solo di economia e di geopolitica (anche). Ha fatto il professore.

Nelle vesti del discepolo, il Pd. E con l’autorevolezza e l’amore di un maestro, non gliele ha mandate a di re. Prodi e Schlein hanno un ottimo rapporto. Ma i maestri hanno il dovere di dire se l’allievo sbaglia. E Prodi lo ha detto. A chi guida, a chi ha guidato. A tutti.

LE BORDATE
Prima bordata: «Abbiamo smesso di riflettere sull’idea che vogliamo costruire. Non sono contrario alle alleanze. Le alleanze vanno costruite, ma devono fondarsi sull’idea condivisa dell’Italia e del suo futuro». Qual è, insomma, la nostra visione? Qual è il sogno che proponiamo agli italiani? Per ora non si vede. Seconda bordata: «Riconosciamo prima di tutti gli errori compiuti». Ad esempio «quando, spinto dalle circostanze, il Pd ha inseguito gli obiettivi di breve periodo: la legge elettorale, la riforma della Rai, il finanziamento pubblico ai partiti, alcune riforme istituzionali». Il padre nobile, il professore, li elenca uno per uno. Non facendo sconti al passato. Riconosce le attenuanti: «Li ritengo cedimenti alla situazione». Ma ora, dice rivolto ai dirigenti attuali, basta.

 

«Bisogna che il Pd ricominci a parlare con gli italiani affrontando l’origine e la causa del declino e indicando la strada per la rinascita. Non possiamo continuare a essere un partito rassegnato in un Paese rassegnato». Basta lamentarsi di quello che non va. Va proposta una idea positiva. Ancora: «Abbiamo deprecato tante volte la crescita del populismo e l’instabilità a cui il populismo ha dato il contributo. Il populismo è il rifugio del popolo che non trova casa». Ma quale casa abbiamo proposto, noi, al popolo? «La casa (il popolo, n.d.r.) non l’ha trovata nemmeno nel Pd».
Bum.

NON ESENTE DA COLPE
Prosegue: «Il Pd ha perso metà dei suoi elettori, sei milioni di voti. Questo deve obbligarci a riflettere su come costruire la casa che possa ospitare gli italiani». Riconosciuto che «il Pd non è esente da colpe», Prodi ha aggiunto anche che «è l’unico partito in grado di indicare i progetti e i percorsi necessari perché la democrazia torni a essere democrazia operante». E, con un occhio a chi, ora, è al timone del Pd e un altro a quelli, qui a Cesena, che patiscono la guida attuale, ha indicato una formula: lo ha definito il «radicalismo dolce». «Il riformismo», ha spiegato Prodi, «è indispensabile, ma va accompagnato da una certa necessità di radicalismo, che avremmo definito “radicalismo dolce”. Il Pd ha ancora la possibilità di essere il perno di questa trasformazione». Ma questo obiettivo «può essere raggiunto solo con uno spirito unitario che troppe volte è mancato».

 

Prima aveva parlato della sua Unione europea, «sbandata» e arrancante nel rapporto con gli Stati Uniti. «Ci hanno definiti alleati che non contano nulla e invece c’è una terza via: alleato fedele ma capace di elaborare una politica unitaria per difendere i propri obiettivi e i propri interessi». Ha ricordato Thatcher e Reagan, e come abbiamo cambiato il pensiero di tutti, costringendo «i partiti di centrosinistra a usare gli slogan del pensiero unico». Quel tempo è finito. «Dobbiamo recuperare un pensiero originale». Altra amara ammissione: «Il riformismo ha perso la bussola».

MALUMORI
Prodi a parte, Cesena è stato anche un test dei malumori che attraversano il Pd. Ieri il più duro è stato il presidente del Copasir Lorenzo Guerini: «Io la dannazione della memoria», ha detto riferendosi agli strali contro l’ex segretario Matteo Renzi, «non riesco più a tollerarla, non porta il partito a guardare il futuro». Graziano Delrio: «Non si taglia la corda al capo cordata, ma spesso da sotto vedi se il capo cordata sta prendendo la via sbagliata, e dobbiamo avere la libertà di dirlo».

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