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Il Carnevale che ti guarda negli occhi: la Basilicata si toglie la maschera (per indossarne mille)

lunedì 26 gennaio 2026
Il Carnevale che ti guarda negli occhi: la Basilicata si toglie la maschera (per indossarne mille)

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E se il Carnevale non fosse un travestimento, ma una rivelazione? In Basilicata succede così: invece di mascherare la realtà, la si rovescia, la si prende per le corna, le si cuce la bocca o la si fa camminare sotto forma di foresta. Qui il Carnevale non consola: inquieta, diverte, spiazza. E proprio per questo funziona.

Otto di queste feste — riunite nella rete dei Carnevali Lucani, riconosciuti dalla Regione come patrimonio immateriale — compongono una geografia dell’eccesso controllato, dove riti arcaici e invenzioni geniali convivono senza chiedere permesso. Non è folklore da cartolina: è teatro popolare con radici profonde.

A Montescaglioso il Carnevale inizia addirittura prima di cominciare. Il 5 gennaio va in scena la Notte dei Cucibocca: figure nere, barbute, incappucciate, armate di aghi giganteschi, pattugliano le strade con l’intento dichiarato di cucire la bocca ai bambini che non vogliono andare a letto. Per augurare un anno fortunato, il Cucibocca deve trovare in casa nove bocconi rituali (pettole, strascinat, baccalà a ciauredda, fucazz, fichi secchi, frutta secca, olive, crustl e cauzunciedd). Poi, tutti a letto ad attendere la Befana. A febbraio arriva il Carnevale vero e proprio: Carnevalone, Sgherri, Quaremma e Carnevalicchio danno vita a una farsa esilarante che, per un giorno, sistema i conti delle diseguaglianze sociali meglio di molti convegni.

A San Mauro Forte il Carnevale si annuncia con il rumore. Dal 15 al 17 gennaio la Sagra del Campanaccio trasforma il paese in una cassa armonica primordiale. Campanacci maschi e femmine – sì, esistono e non sono uguali – riempiono l’aria di un frastuono ipnotico che non si ascolta: si attraversa.

Se esiste un Carnevale che sembra uscito da un mito precristiano, è quello di Satriano di Lucania. La Foresta che Cammina invade il borgo con 131 Rumita: uomini-albero coperti di edera che bussano alle porte strusciando i rami di pungitopo, chiedendo silenziosamente di entrare. Il 14 e 15 febbraio la festa diventa anche esperienza partecipata: ci si può costruire il costume e diventare parte della foresta. Il tutto con un rigore ecologico certificato, perché anche l’arcaismo, qui, guarda avanti.

Negli stessi giorni, a Teana, sfila un altro immaginario potente. Il protagonista è l’Urs: incarnazione della forza bruta e del caos originario, avvolto in pelli di caprone, catene e campanacci. Ha un aspetto infernale ma un compito quasi pastorale: lancia il suo munnul per mondare i peccati. Dal 2025 gli fa da contrappunto Miska, figura femminile. Il Carnevale si chiude con il Processo al Carnuluvar, trascinato nei boschi. Subito dopo, però, si torna alla vita con la Sagra dei Maccarun cà Millic: redenzione finale a colpi di forchetta.

Il più famoso resta quello di Tricarico, in programma il 15 febbraio. Qui le Mash-kr – celebri il Toro e la Mucca – sfilano con una potenza simbolica che ha fatto il giro del mondo. Non basta: a giugno il paese ospita il Raduno delle Maschere Antropologiche, richiamando costumi tradizionali da tutta Italia e dall’estero. Altro che revival: è diplomazia culturale in maschera.

A Lavello il Carnevale è una maratona. Parte il 17 gennaio con il Domino Rosso e continua fino a oltre il Martedì Grasso. Ogni sabato sera è un festino, ogni settimana un pretesto per ballare. La chiusura arriva con la Sfilata dei Domini, eleganti e austeri nel loro raso rosso, il processo e il rogo del Carnevale: vera catarsi pubblica.

Infine, i tasselli del mosaico più letterari. Ad Aliano il Martedì Grasso è popolato da Maschere Cornute, rese immortali da Carlo Levi. A Cirigliano sfilano Pulcinella, le Stagioni, i Mesi, il Capodanno e un Carnevale morente che chiude tutto sul registro del grottesco, all’insegna comunque del divertimento generale.

Altri festeggiamenti si stanno facendo strada in Basilicata oltre a questi “grandi classici”. Ad esempio quello di Rionero in Vulture, qualificato dagli organizzatori come “antropologico” e basato su una figura storica, vissuta a cavallo fra Ottocento e Novecento, un signore soprannominato Turdei, che scendeva in paese dal monte Vulture fra la paura dei bambini e le canzonature degli adulti, che però lo accoglievano in casa offrendogli cibo e vino. La sua maschera è demoniaca, le movenze tutte da ridere.

A Stigliano – altro carnevale storico e popolarissimo – sfilano carri allegorici in cartapesta tutti realizzati nel borgo ma il protagonista è il Pagliaccio, il cui sorriso – triste, ça va sans dire – accompagna cortei e sfilate il 14, 15 e 17 febbraio suonando il cupa cupa e tracannando vino da un fiasco. 

Il Cantacronze è il fulcro del Carnevale di Trecchina: per un anno ha preso nota di quello che è accaduto in paese e nei dintorni, a Carnevale – è il caso di dire – le canta salacemente a chiunque. Risate a crepapelle per tutti, oggetto della “cronza” o meno.

A Potenza c’è una maschera nata da poco, Sarachella, segaligno simbolo della povertà ingegnosa, che domina un programma lungo 17 giorni fra cortei, balli, musica, incontri culturali e buona cucina. A Matera invece nel periodo di Carnevale c’è ancora chi organizza le Matinate, gaie stornellate davanti (e dentro) le case, con i versi che diventano via via più pungenti se non si offre del vino ai cantanti.
Un po’ dappertutto il Carnevale in Basilicata vuol dire piatti e dolci tipici: in ordine sparso il tortino agrodolce Lakrùar a Maschito, i purcedduzz a Pisticci, i chiculicchie a Senise e ovunque chiacchiere e pasta fritta di ogni foggia e dimensione. Delle schirpelle (o scarpedde, scurpedd eccetera) calde ci si può innamorare perdutamente.

Un po’ dappertutto il Carnevale in Basilicata termina in un rogo (a Tursi, ad esempio, i maestosi Pupazzoni bruciano nella Rabatana) che azzera il tempo della follia, chiude il periodo degli eccessi e apre alla frugalità, alla sobrietà, all’essenzialità. In Basilicata il Carnevale non chiede di essere capito: chiede di essere attraversato. Entri pensando di mascherarti, ne esci ricaricato e con la netta sensazione che, almeno per un po’, sia stata la festa a guardare te.