Antonio Di Matteo, consigliere di amministrazione dell'INPS, commenta cosi Il XXV Rapporto Annuale dell’INPS, presentato ieri, alla Camera dei Deputati. Il Rapporto restituisce la fotografia di un Paese che, dopo la stagione più dura, tra pandemia, crisi energetica e instabilità internazionale, ha saputo costruire una ripresa solida e misurabile. I numeri parlano chiaro, ed è a questi numeri che occorre guardare per uscire dal terreno delle opinioni ed entrare in quello dei fatti.
Il primo dato riguarda l’occupazione, che nel 2025 ha raggiunto un nuovo record storico: 27,2 milioni di lavoratori assicurati, 244 mila in più rispetto al 2024 e 1,7 milioni in più rispetto al periodo precedente alla pandemia, un incremento del 6,8%. Una crescita che ha coinvolto in modo particolarmente significativo alcune delle componenti decisive per il futuro del mercato del lavoro: i giovani fino a 34 anni, cresciuti del 12,4%, le donne, in aumento del 7,8%, e i lavoratori extra UE, che segnano un balzo del 35,5%, confermando il contributo crescente della componente straniera alla base occupazionale e contributiva del Paese. Siamo di fronte a un sistema che si allarga alla base, non che si consuma ai margini.
A questa espansione quantitativa si accompagna un miglioramento della qualità del lavoro. Il numero medio di settimane lavorate si è attestato a 43,2, un indicatore che l’INPS legge come segnale di maggiore continuità e stabilità dei percorsi lavorativi. Tra febbraio 2022 e aprile 2026, i dipendenti a tempo indeterminato sono aumentati di oltre 1,6 milioni e i lavoratori indipendenti di quasi 300 mila unità. Il lavoro, insomma, non solo cresce, ma si consolida: aumenta l’occupazione permanente e si riduce l’incidenza del lavoro a termine, con effetti positivi sulla continuità contributiva. Il riflesso di questa dinamica si legge anche nei conti dell’Istituto: i contributi sociali hanno toccato quota 273 miliardi di euro, oltre 10 miliardi in più rispetto all’anno precedente, a conferma della solidità della base contributiva del sistema previdenziale pubblico.
Sul fronte salariale, il Rapporto affronta con onestà intellettuale un tema delicato: quello del potere d’acquisto. Tra il 2019 e il 2025 l’inflazione cumulata si è collocata tra il 18,2% e il 20,5%, un peso rilevante per le famiglie italiane. Ma è proprio nel confronto tra retribuzioni lorde e nette che emerge la funzione di protezione svolta dalle politiche fiscali e contributive, rafforzate dal Governo Meloni a tutela dei redditi medio-bassi. Per i lavoratori occupati per l’intero anno e a tempo pieno, se la retribuzione mediana lorda è cresciuta del 10,8%, quella netta segna un +19,2%, grazie agli interventi su contributi, aliquote e detrazioni fiscali che si sono succeduti nel periodo. Il risultato è che il prelievo contributivo e fiscale sui lavoratori è sceso dal 28,6% del 2019 al 23,1% del 2025 e, per la retribuzione mediana, la crescita del netto ha sostanzialmente compensato l’inflazione accumulata.
Il 2025 rappresenta lo snodo di questa traiettoria: è l’anno in cui, come ha sottolineato la ministra Calderone nel suo intervento, il miglioramento retributivo si è saldato con la crescita dell’occupazione e con una riduzione sensibile della disoccupazione. Un circolo virtuoso che il Rapporto documenta senza trionfalismi, riconoscendo che il percorso di recupero non è concluso, ma che la direzione intrapresa sta producendo risultati concreti.
È la stessa impostazione che la governance dell’INPS ha voluto imprimere alla presentazione, ricordando che la sostenibilità previdenziale si costruisce dentro il mercato del lavoro: se il lavoro è solido, la previdenza è solida. È esattamente questa la lettura che offre il XXV Rapporto Annuale: dopo una stagione nella quale la risposta alla fragilità sociale era stata affidata prevalentemente a misure assistenziali, l’Italia ha scelto di riportare al centro il lavoro, l’attivazione e la responsabilità. Nonostante lo shock energetico e i due fronti di guerra aperti sullo scenario internazionale, il Paese ha imboccato la via della stabilità, della visione di medio periodo e di un rigore intelligente nei conti pubblici. I numeri del Rapporto INPS 2026 misurano gli effetti di questa scelta: più occupazione, maggiore continuità lavorativa, una base contributiva più ampia e una protezione più forte dei redditi. Sono risultati concreti, misurabili e verificabili.




