La conferma che se si votasse oggi vincerebbero i Sì viene da un sondaggio fatto dall’istituto Emg per il Tg3 e mandato in onda ieri sera dalla trasmissione Linea Notte. Fotografa i favorevoli alla riforma Nordio al 48,7%, in crescita di 1,2 punti rispetto alla settimana precedente. I No si collocano al 30% (+1,8%), con un’affluenza al referendum stimata al 43%. Gli indecisi, secondo questa rilevazione, sarebbero il 21,3%, in calo di 3 punti rispetto alla settimana precedente.
Anche se gli incerti sono molti, un distacco di quasi 19 punti è ampio. Si spiega così la strategia dilatoria della sinistra che vota No. A Elly Schlein e ai suoi pretoriani, ai Cinque Stelle e ad Avs non resta infatti che provarle tutte per spostare il più in là possibile, a metà aprile o addirittura oltre, l’appuntamento con le urne. Sperando che da qui ad allora qualcosa cambi. Per questo confidano nell’aiuto del Tar del Lazio. La raccolta di firme per chiedere il referendum (che è già previsto) ieri ha raggiunto quota cinquecentomila, quante ne servono a portare la richiesta in Corte di Cassazione. Il comitato per il No che ha avviato l’iniziativa potrebbe fermarsi qui, ma proprio perché lo scopo è ritardare il più possibile la data del voto, hanno deciso che andranno avanti sino al 30 gennaio, ultimo giorno utile. Accusano il governo (e di fatto Sergio Mattarella, che ha firmato il decreto) di avere fissato l’appuntamento con le urne per il 22 e 23 marzo, senza aspettare che terminasse la raccolta di adesioni.
Raccogliere più firme serve anche ad accrescere la pressione sul Tar. La camera di consiglio del tribunale amministrativo laziale si riunirà martedì 27 gennaio. Dovrà valutare il ricorso del comitato per il No e decidere se annullare il provvedimento con cui è stata fissata la data del referendum, in attesa che la Cassazione si esprima su quelle firme (nonché sul testo del quesito, diverso da quello già previsto). Se il Tar desse ragione ai ricorrenti, il governo dovrebbe fissare una nuova data per il voto.
È l’obiettivo della sinistra, che per raggiungerlo sta compiendo un’operazione inedita: protesta contro l’accoglimento della richiesta che essa stessa aveva presentato. Delle quattro richieste firmate dai parlamentari per sottoporre a referendum confermativo la riforma Nordio, infatti, due provengono dai capigruppo dell’opposizione al Senato e alla Camera. Il 18 novembre, giorno in cui queste richieste sono state accolte dalla Cassazione, è partito l’iter che ha portato alla scelta del 22 marzo- ultima domenica utile- come data del voto. Gli stessi partiti, ora, vogliono vanificare quella richiesta per fare posto al comitato che ha raccolto le firme, altro modo previsto dalla Costituzione per sottoporre la riforma a referendum.
Laura Boldrini dice che «il governo non può fare finta di nulla» davanti a quelle firme, Giuseppe Conte parla di «risultato incredibile», le Acli brindano al «grandissimo successo». E insieme Pd, Cinque Stelle e Avs chiedono a Giorgia Meloni di venire in aula a fare un’informativa, per chiederle se ora «intenda rinviare la data del referendum». Ipotesi che al governo e nella maggioranza nessuno prende in considerazione. Il guardasigilli Carlo Nordio si proclama «in fiduciosa attesa» del giudizio del Tar e il senatore forzista Pierantonio Zanettin ripete che «il decreto è stato firmato dal presidente della repubblica e non ci sono motivi perché vengano rinviate le consultazioni referendarie». Si fa notare anche che Mattarella, in quel Dpr, cita la legge che prevede l’indizione del referendum entro il 17 gennaio, e sottolinea che «le date del 22 e 23 marzo 2026 si collocano allo scadere del settantesimo giorno successivo alla emanazione del decreto»: più in là sarebbe stato impossibile.
Così il centrodestra spinge sull’acceleratore. Gli uomini di Matteo Salvini fanno sapere che «le 1.300 sezioni della Lega, da Nord a Sud, saranno trasformate in comitati per il Sì e il partito sarà mobilitato al massimo, a partire dai cinquecento sindaci». Senza esporsi negli eventi ufficiali, un ruolo lo avrà anche Marina Berlusconi, che nei prossimi giorni parlerà del referendum con Antonio Tajani, Roberto Occhiuto e Letizia Moratti.
L’opposizione, intanto, è sempre più divisa. Ieri il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare del Pd, ha ricordato che «il tema della separazione delle carriere era nella mozione Martina del 2019, mentre la Corte disciplinare era nel programma elettorale del Pd, nel 2022». Peraltro, ha aggiunto, «oltre a varie personalità e associazioni di centrosinistra, votano Sì anche Più Europa, i socialisti e quasi tutta Italia Viva».
Mentre sul Fatto il giurista Antonio D’Andrea, vicino ai Cinque Stelle, ha attaccato Mattarella per avere accolto la proposta del governo, senza aspettare che terminasse la raccolta delle firme. Il capo dello Stato è accusato di svolgere un controllo «impalpabile» e di cercare «la pax istituzionale a discapito dell’affermazione netta del primato delle regole costituzionali». Un malumore che cova nel fronte del No, anche se pochissimi hanno il coraggio di esprimerlo.