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Dossieraggio, il gioco sporco del M5s in antimafia contro il referendum

di Brunella Bolloli giovedì 26 febbraio 2026

3' di lettura

Questione di tempi. A meno di un mese dal referendum sulla giustizia il caso Striano irrompe nel dibattito politico con la relazione della presidente della commissione Antimafia e i grillini gridano allo scandalo. Poiché sono coinvolti ex magistrati diventati parlamentari nelle fila del centrosinistra, sono convinti che la richiesta di fare luce sul cosiddetto “verminaio” degli accessi abusivi rappresenti un tentativo della politica di controllare i pm, come vanno dicendo i sostenitori del No mischiando inchieste e mezze bufale nella speranza che gli elettori se le bevano. Gli esponenti dell’opposizione sostenitori del No non leggono (o leggono male) le migliaia di pagine di indagini delle procure di Roma e Perugia con gli atti dell’inchiesta che vede 23 persone indagate per accesso abusivo alle banche dati in uso allo Stato, ma si preoccupano di difendere senza se e senza ma i “campioni dell’antimafia”, gli ex procuratore oggi parlamentari Federico Cafiero De Raho e Roberto Scarpinato, accusando in pratica il centrodestra di volere colpire le toghe.

Eppure la vicenda dossieraggio contro il centrodestra e il referendum di marzo nulla c’entrano tra loro. De Raho è stracitato nelle carte dell’inchiesta sul “verminaio” perché è stato capo del finanziere Pasquale Striano, il super investigatore coordinatore del gruppo Sos abile nel compulsare le banche di dati alla ricerca di informazioni sensibili da spifferare poi ai cronisti amici. Il grillino De Raho è stato il numero uno della superprocura nazionale antimafia, stessa sede nella quale Striano lavorava alcuni giorni alla settimana. Se il finanziere ha potuto agire indisturbato, si legge nella relazione di Colosimo, è perché «il deficit istruttorio ha di fatto lasciato in ombra il ruolo centrale del vertice dell’ufficio e ha impedito di cogliere appieno la portata sistemica della gestione “tossica”, e complice che aveva caratterizzato la Direzione nazionale antimafia in quegli anni».

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Il deputato M5S, che oggi è anche vicepresidente della commissione parlamentare Antimafia (ruolo che non intende lasciare), non ci sta. A La Stampa ha parlato di «attacco strumentale» contro di lui e ha girato la frittata: «Hanno preparato una relazione come se volessero sovrapporsi al pubblico ministero». Ecco, la maggioranza che vuole sostituirsi alle toghe. Bufala del No. Il grillino ha ammesso di essere stato al vertice dell’ufficio dove lavorava Striano ma ha negato di sapere qualcosa delle spiate: «Avevo delegato ad altri i controlli». Il senatore M5S Scarpinato è andato oltre: «Ora quelli del centrodestra ci fanno bere l’olio di ricino delle loro relazioni e ci vogliono punire», ha sparato l’ex magistrato sentenziando della commissione antimafia «usata come uno strumento di ritorsione politica».

Ieri a San Macuto non si è tenuta alcuna riunione sul caso Striano. La vicenda passa ora alla Camera ma i commissari sono sempre pronti a ricominciare le audizioni se dovessero esserci delle novità. Intanto si attendono gli sviluppi giudiziari da Piazzale Clodio. E ieri la procura generale di Perugia ha chiesto l’assoluzione per l’ex pm di Roma Stefano Rocco Fava, condannato in primo grado a 5 mesi, pena sospesa, per accesso abusivo. A sollecitare la richiesta «perché il fatto non sussiste» è stato il sostituto procuratore generale Paolo Barlucchi. Fava, ora giudice a Latina, era stato assolto in primo grado dalle accuse di abuso d’ufficio e da quella di concorso in rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio insieme a Luca Palamara «per non aver commesso il fatto». Assoluzioni che non erano state appellate e il processo di secondo grado riguarda solo il ricorso di Fava per l’accusa di accesso abusivo. Parte civile il magistrato Paolo Ielo. L’obiettivo di Fava, per l’accusa, «era di avviare una campagna mediatica ai danni di Pignatone, da poco cessato dall’incarico di procuratore di Roma e dell’aggiunto Ielo».

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