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Referendum, le balle della sinistra su giustizia e scudo

Bolognesi: "Con la riforma il giudice sarebbe stato bloccato". E Ilaria Cucchi demonizza il filtro per gli agenti
di Tommaso Montesano venerdì 27 febbraio 2026

3' di lettura

Ricorrere al “Piano di rinascita democratica” della P2 per screditare la riforma della giustizia è un grande classico della propaganda. La novità è che il fronte del No, quando manca meno di un mese al voto, ha alzato il tiro: se vincessero i Sì, non solo il Piano caro a Licio Gelli diventerebbe realtà – come ha ripetuto, tra gli altri, anche Giuseppe Conte, leader del M5S – ma ci sarebbe una conseguenza ben più grave. «Se dovesse capitare una nuova strage di Bologna pensate che si possa arrivare a una verità con la nuova legge? Nessun giudice avrebbe la forza di arrivarci, glielo impedirebbero», ha tuonato Paolo Bolognesi, già presidente dell’Associazione nazionale dei familiari delle vittime e ora, dopo un passato in Parlamento tra i banchi del Pd, alla guida del “comitato della società civile” di Bologna per il No al referendum del 22 e 23 marzo.

E poi, ha aggiunto, una volta incassata la separazione delle carriere «la seconda mossa sarà fare il premierato, per arrivare alla repubblica presidenziale. Era questo il Piano di rinascita democratica». In pratica i Sì sarebbero l’anticamera della “svolta autoritaria” paventata negli anni Settanta. Più l’apertura delle urne si avvicina, più gli allarmi sulle conseguenze assumono toni apocalittici. Intervistato da Fanpage, Gherardo Colombo, ex componente del pool “mani pulite”, ha risposto per le rime ad Antonio Di Pietro, schierato per il Sì: «Ha lasciato Mani pulite a dicembre 1994. Noi siamo andati avanti (...)». Con la riforma Nordio in vigore durante Tangentopoli, ha detto Colombo, la soluzione ai procedimenti disciplinari cui è stato sottoposto e poi assolto (cinque) «sarebbe stata diversa». Sottinteso: e Tangentopoli non avrebbe mai visto il traguardo.

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Non che sul fronte della lotta a Cosa Nostra andrebbe meglio. Alfredo Morvillo, già procuratore capo a Termini Imerese (era fratello di Francesca, la moglie di Giovanni Falcone), ha assunto a Palermo il coordinamento cittadino del Comitato per il No. E un paio di giorni fa ha tenuto a spiegare che «la minaccia di un procedimento disciplinare nei confronti di chi non si adegua a certe linee politiche, sicuramente non potrebbe che ostacolare seriamente la lotta alla mafia». Un’escalation che arriva in una settimana in cui dall’opposizione hanno sfruttato i fatti di Rogoredo per stroncare sul nascere il cosiddetto “scudo penale” per chi - appartenente alle Forze dell’ordine o meno - utilizza le armi sotto la spinta di una causa di giustificazione. Quella misura- entrata in vigore dopo la morte di Abderrahim Mansouri e il fermo del poliziotto Carmelo Cinturrino - è stata bollata come un salvacondotto per le Forze dell’ordine.

Detto in altre parole: un modo per impedire le indagini sui poliziotti. E una discriminazione tra i cittadini italiani di fronte alla legge. E ancora: un cavillo per mettere i bastoni tra le ruote delle toghe. Del resto, ha detto Ilaria Cucchi, parlamentare di Avs, con lo “scudo” «non ci sarebbe mai stato un processo Cucchi» (in relazione al procedimento sulla morte del fratello Stefano, nel 2009). Peccato che siano stati gli stessi operatori delle Forze di polizia a precisare che «non esiste alcuno scudo penale» (così Enzo Letizia, segretario nazionale dell’Associazione funzionari di polizia). «Nessuna norma sottrae gli operatori alla responsabilità penale, né impedisce l’accertamento giudiziario di eventuali condotte illecite». Quello che è entrato in vigore, infatti, è semplicemente un “filtro tecnico” che impedisce l’iscrizione automatica nel registro degli indagati per chi spara in condizioni che ne escludono la punibilità (e questo non è il caso di Cinturrino). Ma gli accertamenti del magistrato ci sono eccome. E alla fine del lavoro d’indagine ci potrà essere comunque il rinvio a giudizio.

Eppure per giorni l’opposizione ha piegato la cronaca alla sua narrazione, fondata sul «rischio impunità». Ilaria Salis, europarlamentare di Avs, ne ha approfittato per fare propaganda sulla riforma della giustizia: «Anche per questo sarà necessario votare No al referendum. Per impedire che una destra priva di cultura giuridica democratica, allergica ai limiti dello Stato di diritto e che brama i pieni poteri, possa contro-riformare la giustizia». Nicola Fratoianni, pure lui di Avs, ha sottolineato che se il decreto sicurezza fosse stato in vigore al momento dei fatti, «quell’indagine»- ai danni di Cinturrino- «non si sarebbe probabilmente aperta e non avremmo saputo che quella persona che è stata uccisa non aveva nessuna pistola». Un’altra falsità.

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