Non è facile la vita dell’intellettuale a destra, non lo è mai stata. Ancora oggi siamo una sparuta minoranza: qualche storico, pochi ed emarginati registi e uomini di spettacolo, quasi nessuno fra gli scienziati e i filosofi.
La campagna referendaria ha confermato questo dato di fatto, con una accentuazione, se possibile, dell’ipocrisia e dei toni allarmati e quasi apocalittici da parte degli intellettuali di sinistra. Eppure, dopo tre anni e mezzo di un governo di destra che ha conquistato consensi e stima anche presso le sempre diffidenti cancellerie straniere, era lecito aspettarsi di più.
Quali i motivi di questa ostilità quasi sempre preconcetta? Certamente l’ideologia, che per quanto transitata a sinistra dal vecchio marxismo al wokismo, ha conservato, ed anzi accentuato, i tratti ereditati dal passato di intolleranza, costante delegittimazione morale dell’avversario, avversità verso la democrazia liberale. La destra quindi esprimerebbe, al massimo, una sottocultura, espressione di idee e di un immaginario a cui è inutile prestare attenzione e che va semplicemente liquidato come “populista”, “reazionario”, “fascista”. Il fatto che non ci sforzi nemmeno di capire l’altro, che alla critica basata su argomentazioni si preferisca lo sfoggio di luoghi comuni e frasi fatte, è all’origine della scarsa originalità, ripetitività, stasi, che è propria della cultura italiana degli ultimi anni.
Non irrilevante è poi lo spirito di casta del mondo intellettuale così come si è venuto forgiando in questi anni. Proprio di tutte le corporazioni (compresa come sappiamo quella della magistratura) è l’autoreferenzialità, il parlarsi e confermarsi fra “amici”, il riconoscersi come parte di un “cerchio magico” che si autopromuove, esclude gli irregolari, gestisce nomine, premi, critiche, recensioni, presenze sugli scaffali e quindi successi editoriali. Proprio la solidità e forza di questo sistema corporativo permette poi il diffondersi di un abito mentale deplorevole: il nicodemismo, cioè l’abitudine a nascondere in pubblico le proprie opinioni per convenienza o opportunismo.
Un atteggiamento che non ha nulla a che vedere con quella “dissimulazione onesta” di cui parlava Torquato Accetto in pieno Seicento e che era un’arma per difendersi da despoti e tiranni. Mi è capitato di parlare con due importanti filosofi italiani i quali si sono prodigati in elogi confidenziali su Giorgia Meloni e sul governo, conditi da pesanti critiche a tutti i maggiori leader della sinistra. Alla mia ingenua domanda sul perché non dicessero in pubblico quelle cose, uno di loro mi ha risposto: «Ma che vuoi che ti dica? Ho sempre militato a sinistra, alla mia età non avrebbe più senso...».
Puntualmente quei due filosofi li ho ritrovati fra i firmatari di appelli per il No alla riforma. Un intellettuale di sinistra non conformista come Luciano Pellicani diceva che la sinistra, sin dai tempi di Togliatti, si era posta con gli intellettuali come fonte battesimale e legittimante: se aderite al Partito siete “purificati” da ogni vostro “peccato” passato, e nulla quaestio anche siete stati fascisti; tutto potete dire ma solo se restate nel cerchio da noi delimitato.
In quest’ottica si spiega forse come tanti intellettuali fino a ieri favorevoli alla separazione delle carriere in magistratura hanno improvvisamente cambiato idea ora che a patrocinare la riforma è la destra al governo. Insomma, il “tradimento degli intellettuali” di cui parlava Julien Benda è in piena forma e continua il suo corso.




