Chiamarla “misura” sarebbe sbagliato in partenza: la “giustizia riparativa” è piuttosto un cammino. Un percorso che si fa sulla propria pelle, dentro la propria testa e, prima di ogni altra cosa, insieme a qualcun altro. Due paletti, per sgombrare il campo dagli equivoci. Il primo: della pena non cancella niente, non un giorno, non una virgola; la sentenza resta quella, i procedimenti giudiziari proseguono per la loro strada come se nulla fosse. Il secondo: il suo peso è quasi simbolico, perché lo scopo non è «riparare il danno». Non a caso la riforma Cartabia che l’ha introdotta parla di «azioni consapevoli e responsabili verso l’altro che possano ridare significato, laddove possibile, ai legami fiduciari fra le persone».
Detta altrimenti: la “giustizia riparativa” è un cambio di paradigma. È il reato osservato (anche) con occhi diversi, nelle conseguenze che produce sulle persone. L’idea nasce negli anni Ottanta, in nord America, e forse un motivo c’è. E attenzione, i protagonisti sono tre, non due: da una parte la vittima (o le vittime, o i loro famigliari), dall’altra chi il crimine l’ha commesso, in mezzo un mediatore. Il primo passo è sondare il terreno: si prendono i contatti, si verifica se un incontro è possibile. E qui niente è garantito, né da una parte né dall'altra: serve che l’indagato (o l’imputato) ammetta la propria responsabilità e serve il sì della vittima o dei suoi cari. Un sì che arriva più spesso di quanto si creda: nel suo Il perdono responsabile (Ponte alle Grazie) Gherardo Colombo annota che, tra le parti lese, «quasi sei su dieci accettano la mediazione».
Ue, la sentenza choc: "Vincere la resistenza della donna"? Strasburgo condanna l'Italia
La Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato l'Italia per non aver risposto in tempo e in maniera adegua...Mica bruscolini. Dopodiché la palla passa al mediatore, che organizza gli incontri: quanti, non lo dice nessuna regola; come, invece, sì, sempre e solo faccia a faccia. Il traguardo vale doppio. Chi ha sbagliato fa i conti con quello che ha fatto, e con quanto è grave; chi ha subìto riceve una riparazione, simbolica o materiale che sia, che porta comunque scritto sopra: scuse.




