Ancora una sentenza che va in direzione opposta rispetto a un’altra pronunciata solo pochi mesi fa. La Procura aveva impugnato il verdetto di primo grado chiedendo condanne comprese tra i due e i quattro mesi sulla base della legge Scelba, ma la Corte d’Appello di Milano ha confermato che il fatto non sussiste per i 23 militanti di estrema destra accusati di apologia di fascismo per aver risposto alla “chiamata del presente” durante la commemorazione di Sergio Ramelli del 29 aprile 2019.
Eppure, a dicembre, la stessa Corte d’Appello aveva confermato la condanna di 13 militanti per un episodio analogo, relativo alla commemorazione del 2018. Quattro mesi di reclusione, 200 euro di multa e il risarcimento all’Anpi. In quelle 25 pagine di motivazioni, i giudici avevano definito il “presente” e il saluto romano «manifestazioni usuali del Partito fascista», ritenendo che, inseriti in un contesto pubblico, organizzato e rituale, fossero idonei a creare consenso attorno all’ideologia fascista e quindi a integrare il reato previsto dalla legge Scelba.
Oggi resta ferma l’assoluzione per il corteo dell’anno successivo perché, secondo i giudici, la stessa dinamica e gli stessi gesti, compiuti «in concreto» da «circa mille» partecipanti, erano ben lontani dal «costituire una condotta potenzialmente idonea alla ricostituzione del partito fascista», avendo assunto «solo una specifica valenza di omaggio del giovane trucidato per le sue idee politiche». Una contraddizione che ha del paradosso secondo l’avvocato Luca Procaccini che con i colleghi Mario Giancaspro e Antonio Radaelli, difende alcuni degli imputati.
«Nonostante le Sezioni Unite della Cassazione abbiano tentato di mettere fine a questo andazzo del “c’è chi dice che è reato e chi dice che non lo è”, gli sviluppi successivi restituiscono comunque al cittadino l’immagine di un sistema in cui oggi non c’è certezza del diritto - commenta il legale -. E questo non vale solo per l’esecuzione della pena, ma anche per la fase precedente. È una situazione che si trascina da anni, con un costo pubblico non di poco conto».
Il riferimento è alla sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione del gennaio 2024, che avrebbe dovuto fissare un punto fermo, stabilendo che la risposta alla “chiamata del presente” e il saluto romano integrano il reato previsto dall’articolo 5 della legge Scelba solo quando, «avuto riguardo alle circostanze del caso», siano concretamente idonei a determinare il pericolo di riorganizzazione del partito fascista. Non il pericolo teorico, non quello evocato dall’atmosfera della scena. Ma concreto, quello che si misura guardando la modalità del gesto, la probabilità reale che da quella cerimonia derivi qualcosa di lesivo per l’ordinamento giuridico. Una commemorazione che si ripete allo stesso modo da quasi più di mezzo secolo, in forma rituale e raccolta, davanti alla casa della famiglia Ramelli, con modalità note e conosciute da tutti, non integra quel pericolo.
Viene allora da chiedersi se, anche dopo la pronuncia delle Sezioni Unite, il sistema stia impiegando nel modo migliore le risorse che i cittadini gli affidano. Risorse non infinite, destinate ogni giorno a migliaia di procedimenti ben più gravi e spesso ancora in attesa di una risposta. E viene spontaneo domandarsi quante di quelle energie siano state assorbite da un’indagine il cui approdo era già stato indicato dal massimo organo della giurisdizione penale italiana. Intanto si attende la decisione della Cassazione sul ricorso contro le condanne per la commemorazione del 2018, già dichiarato ammissibile. L’udienza è fissata per il 22 ottobre.




