E ora siamo arrivati anche a giustificare gli haters. Soprattutto se rivolgono i loro insulti a personaggi pubblici che appartengono al mondo della destra. Si rimane davvero senza parole, infatti, a leggere la notizia dell’archiviazione della querela presentata da Adriana Poli Bortone, sindaca di Lecce, contro 70 soggetti che sui social avevano gioito con varie affermazioni (dandole della ladra) per il furto subito in casa da Poli Bortone, una carriera politica prima nel Msi e oggi in FdI. Perché almeno due motivazioni fornite dalla pm Roberta Di Filippo che ha chiesto di archiviare sono emblematiche: la prima è che le espressioni contestate vanno lette nell’ambito di una generale «deresponsabilizzazione propria delle cosiddette “piazze virtuali”». In pratica uno va su un social e trovandosi su una piazza virtuale può offendere, infangare, denigrare a piacimento.
La seconda motivazione è ancora più sconcertante: «La reputazione dell’esponente politico, pur restando pienamente meritevole di tutela, tollera un più ampio esercizio del diritto di critica rispetto a quella del comune cittadino». Insomma se sei un personaggio pubblico ti becchi le ingiurie e abbozzi. La legale di Poli Bortone è comprensibilmente amareggiata: «In un momento in cui c’è questa deriva social che istiga a delinquere affermare che bisogna comprendere la deresponsabilizzazione sulle piattaforme è molto grave». Innanzitutto, anche un personaggio pubblico possiede il diritto a non vedere compromessa la propria reputazione. Significa altrimenti legittimare il risentimento anticasta che ha costituito il successo di movimenti populisti che proprio dell’aggressione online hanno fatto una pratica vergognosa.
In uno studio appena uscito – Dentro la gogna. La verità dietro il linciaggio digitale sui social (Mimesis) – Raffaella Serini spiega come la tempesta di insulti contro un personaggio «si alimenta spesso di una convinzione pericolosa: quella di agire in nome del bene e di sentirsi dalla parte del giusto. Ma sentirsi moralmente nel giusto non ci rende immuni dalla violenza, anzi, talvolta la rende più feroce, perché la traveste quasi da “dovere civico” .
In questo modo la critica – che è sempre legittima – smette di correggere e comincia a punire, e la rete si sostituisce ai tribunali, attribuendo condotte “sbagliate” o, peggio, criminali già come una sentenza definitiva». Serini cita il saggista e docente universitario Daniele Chieffi, tra i principali esperti di reputazione online, per il quale «la critica in sé resta sempre legittima e consiste nel mettere in evidenza un elemento che, in ciò che l’altro dice o fa, non convince. Ma questa dinamica, nei social, non avviene in uno spazio privato bensì in una dimensione visibile a tutti. Quando l’intervento si trasforma quindi in attacco personale, quando mobilita istinti più che argomentazioni e non tiene conto della sua esposizione pubblica, si supera una soglia: non si è più nell’ambito della critica, ma in qualcosa che le somiglia solo in apparenza. La vera trasformazione in gogna avviene però quando entra in gioco un elemento ulteriore, quantitativo oltre che qualitativo: la moltiplicazione. Non è la singola critica a produrre la gogna, ma la sua reiterazione e la sua capacità di diventare flusso, tendenza, accumulo. Quando i commenti si sommano e si rafforzano a vicenda fino a costruire un effetto di massa». Come difendersi dalla gogna dunque se anche le querele vengono trattate come fastidiose pratiche di personaggi meritevoli di hate speech per il loro ruolo pubblico?