In attesa delle elezioni politiche, il Campo largo, diviso su quasi tutto, può provare a prendere spunto dalla lezione che arriva dai magistrati progressisti e centristi che hanno portato dentro al Csm 15 consiglieri togati su 20.
Un numero che quasi certamente consentirà a giudici e pm di scegliere il vicepresidente laico, ovvero l’ufficiale di collegamento con il Capo dello Stato. Quest’ultimo è membro di diritto di Palazzo Bachelet, come il primo presidente e il procuratore generale della Cassazione, Pasquale D’Ascola e Piero Gaeta, entrambi espressione della corrente progressista di Area democratica per la giustizia.
Quindi, facendo i conti della serva, se il Parlamento, come ha fatto nel 2023, concederà al centro-sinistra solo tre laici (al momento uno del Pd, uno dei 5Stelle e uno di Italia Viva), lo schieramento culturalmente distante dalla sensibilità della maggioranza di governo, potrebbe poter contare, almeno sulla carta, su 15 togati, 3 laici e, persino, absit iniuria verbis, i 3 rappresentanti di diritto. Il totale fa 20/21 pedine da schierare su 33 nelle votazioni più complicate, praticamente 2 su 3.
Sarà un fiorire di pratiche a tutela dei magistrati che verranno attaccati dalla politica, di scelte di procuratori poco in linea con il governo nelle sedi più importanti (a partire dalla nomina di quelli di Roma e Milano, nel 2027, e Napoli, nel 2028), di prese di posizione in sintonia con l’Associazione nazionale magistrati.
La consiliatura guidata dal vicepresidente Fabio Pinelli, planato in piazza Indipendenza in quota Lega (ma anche considerato vicino a Matteo Renzi), con la sua maggioranza conservatrice (7 rappresentanti di Magistratura indipendente contro i 4 del nuovo corso) non ha rinnegato, almeno questa è stata la sensazione, le logiche spartitorie dei parlamentini precedenti e, forse, non si è schierato con sufficiente determinazione contro la riforma Nordio e il governo. Per questo gli 8.500 magistrati che, domenica e lunedì, si sono recati alle urne per eleggere i nuovi consiglieri hanno scelto di farsi rappresentare nell’organo di autogoverno da una maggioranza progressista così solida che rischia di diventare la vera opposizione al governo.
IL “COMANDANTE” ALBAMONTE
Pare di essere tornati ai tempi in cui il ticket Luca Palamara-Giuseppe Cascini, con la benedizione del presidente Giorgio Napolitano, aveva trasformato l’Anm in un baluardo antiberlusconiano. Adesso le toghe progressiste saranno capitanate da Eugenio Albamonte, ex segretario di Area ed ex presidente dell’Anm, una toga con grande esperienza politica e conoscenza delle stanze del potere romane. Così come Glauco Zaccardi, esponente di punta del gruppo capitolino di Md ed eletto con la sua corrente. Giudice del lavoro di Roma ed ex capo dell’ufficio legislativo Finanze del ministero dell’Economia (con i governi Renzi, Gentiloni e Draghi ed è stato sostituito con il gabinetto Meloni), è finito nelle chat di Luca Palamara. Per una nomina a presidente di sezione inviò all’ex ras delle nomine un accorato messaggio di ringraziamento.
Nel gruppo delle «toghe rosse» c’è un altro nome di spessore, Chiara Gallo, di Area, moglie del già citato Cascini. Ha corso in un collegio senza avversari della sua corrente, al pari della compagna di schieramento Ilaria Casu (in un altro collegio si sono, invece, dovuti scornare in tre di Area), la quale, nella campagna elettorale, ha potuto contare sul sostegno attivo di molti colleghi magistrati.
Alla fine Area ha eletto sette membri: la consigliera della Cassazione Egle Pilla, i pm Albamonte e Gianluca De Leo, i giudici Roberto Arata (349 voti), Gallo (444), Casu (410) e Maria Cristina Elisabetta Ornano (252, sconfitta nel maggioritario e «ripescata» con la quota proporzionale). Magistratura democratica ha portato a Palazzo Bachelet Zaccardi. Un successo garantito dall’apparentamento con la lista di «Autogoverno diffuso» (sostenuta da Md e pensata dall’indipendente di sinistra Roberto Fontana, consigliere uscente) che è stata premiata dagli elettori con ben 4 posti al Csm: oltre a Zaccardi, il sostituto procuratore generale della Cassazione Giovanni Nardecchia, la pm milanese (ex davighiana e, quindi, non proprio una militante di sinistra) Roberta Amadeo e il giudice Pier Paolo Lanni (482 voti). A queste undici toghe progressiste o presunte tali qualcuno somma già quelle centriste della corrente Unità per la Costituzione. Si siederanno tra gli scranni di Piazza Indipendenza il pm campano Giuliano Caputo (pure lui è stato in buoni rapporti con Palamara, già leader di Unicost) e i giudici Valeria Ciampelli (388 voti), Piero Indinnimeo (374) e Daniela Monaco Crea (342).
Mi, invece, ha eletto con il maggioritario il pm Stefano Buccini e il giudice Maria Ilaria Romano (365) e, con la ripartizione proporzionale dei seggi, Maria Tiziana Balduini (380 voti) ed Occhiuto (349). In tale scenario l’unico imprevisto, ma neppure troppo, che potrebbe far saltare il tavolo è Cosimo Ferri, chiacchieratissimo per la partecipazione alla «famigerata» riunione dell’Hotel Champagne, summit «politico-giudiziario» che, però, per lui non ha avuto alcun tipo di strascico. Si è candidato come indipendente, ma, essendosi collegato ad altri quattro giudici, ha conquistato uno dei cinque seggi assegnati tra gli sconfitti nei collegi maggioritari con la ripartizione, secondo il metodo proporzionale, dei voti dei candidati non già eletti. Un calcolo complicato che ha permesso, però, a una vecchia volpe come Ferri, ex componente del Csm, oltre che leader di Mi, parlamentare e sottosegretario alla Giustizia, di farcela pur raccogliendo solo 258 voti (è arrivato quinto del suo collegio, dove sono stati eletti in 5 su 8, di cui tre con il ripescaggio).
Per capire le capacità strategiche di Ferri basti ricordare che Mi ha eletto 4 candidati su 12, Unicost 4 su 9, Area 7 su 9, Md e Autogoverno 4 su 8, il gruppo Ferri 1 su 5, lui stesso. Tra gli 11 indipendenti di Altraproposta, collegati tra loro, non ce l’ha fatta nessuno. Trombati anche tutti e 10 i candidati senza apparentamenti.
L’ECCEZIONE COSIMO FERRI
Ferri, in considerazione della sua lunga esperienza politica, pare l’unico in grado di far saltare, denunciandoli, eventuali accordi sottobanco della maggioranza di centro-sinistra. Ma soprattutto, intorno a lui, potrebbe coagularsi un’alternativa alla maggioranza Area-centrica, a cui potrebbero guardare i laici di centro-destra e i centristi che non si accontenteranno di fare la ruota di scorta della sinistra. Ma per consentire la realizzazione di un simile progetto il Parlamento dovrà scegliere rappresentanti di peso, come Antonio Di Pietro (un nome su cui, però, Forza Italia sta facendo le barricate), altrimenti un solo consigliere non basterà a contrastare lo strapotere dei progressisti dentro al Csm.
Anche se c’è chi giura che tra gli eletti di Autogoverno diffuso e Unicost ci siano diversi magistrati molto autonomi. La maggioranza di centro-destra, oggi al governo, ha anche un’altra strada per provare a bilanciare la sproporzione tra le forze in campo: rivincere le elezioni politiche e scegliere il prossimo Capo dello Stato. Diversamente, se, oltre al Csm, la sinistra conquisterà pure le Camere e il Quirinale, beh, i giudici, dopo la vittoria al referendum e la conquista di Palazzo Bachelet, potranno puntare a prendersi Palazzo Chigi o, perlomeno, a commissariarlo. Un’ipotesi non così peregrina. Per esempio, il faccendiere Valter Lavitola aveva raccontato alla compagna Natalia che l’amico Sigfrido Ranucci avrebbe giocato al totoministri con due importanti magistrati.
L’ex conduttore di Report ha smentito, ma l’ipotesi di un partito delle toghe, se non addirittura di una Repubblica dei giudici, è meno fantascientifica di quanto si possa pensare. Uno scenario che l’attuale governo potrebbe avere preso sottogamba, mentre nei palazzi che contano gira con sempre maggiore insistenza l’indiscrezione di un’inchiesta pronta a far ballare la maggioranza nella prossima campagna elettorale. Si parla di società vicine a uomini politici, di soldi e di magistrati molto determinati.