I magistrati hanno eletto la componente “togata” del loro Consiglio superiore, e il successo della magistratura che si riconosce nelle correnti, diciamo così, “progressiste” appare indubbio. In attesa che la politica giochi la sua difficile partita nella scelta dei componenti “laici” del Consiglio, possiamo già comunque chiederci che Csm sarà quello che muoverà i suoi primi passi nel 2027, e che dovrà confrontarsi con Parlamento e Governo che risulteranno dalle prossime elezioni politiche. La questione ha una sua serietà istituzionale, apprezzabile tanto più se ci si tiene lontani dalle polemiche semplificatrici. Esistono, in sintesi, due idee ben diverse su quello che deve essere il Csm, e qualche eco (perlomeno, nei dibattiti meno beceri) se ne è avuta nel corso della recente campagna referendaria vinta dal “No”.
Da una parte, vi è chi lo vede come un organo di vera e propria rappresentanza del pluralismo diffuso tra i magistrati, capace di elaborare complessive proposte di politica giudiziaria, e di indicare all’ordine giudiziario un “modello” ideale di magistrato. È, questo, un Csm autorizzato a intervenire a tutto tondo sulle varie questioni in tema di giustizia; capace di fornire “pareri” al Ministro della Giustizia (o, addirittura, al Parlamento), pur quando nessuno glieli abbia richiesti; dotato, inoltre, di poteri “paranormativi”, che fanno concorrenza alla legge del Parlamento; legittimato, per la sua posizione, ad esercitare anche competenze che, a rigore di Costituzione e di legge, non gli spetterebbero, purché indirizzate alla tutela dell’autonomia e dell’indipendenza della Magistratura; determinato a difendere questa indipendenza con l’arma delle “pratiche a tutela”, soprattutto per ergersi a scudo di magistrati invisi per qualche ragione alla politica.
COMPETENZE
Dall’altra, c’è invece chi non crede che il Csm sia una sorta di “parlamentino” delle toghe, e rifiuta l’idea che esso risulti addirittura una sorta di “terza camera”, autorizzata a confrontarsi con la rappresentanza politica parlamentare sulle questioni in tema di giustizia. Per questa visione, il Csm è, piuttosto, un organo di ”alta amministrazione”, chiamato non già a fare rappresentanza politica dell’ordine giudiziario, ma a garantire l’indipendenza di ciascun magistrato, governandone la carriera. Esso è dotato di una serie limitata di competenze (quelle stabilite in Costituzione, e quelle che la legge ritenga di attribuirgli), non estensibili a piacimento. Soprattutto, non possiede veri e propri poteri “paralegislativi”, per far concorrenza alle Camere. Chi sposa questa concezione, insiste poi su un fatto, importante non solo terminologicamente: il Csm non è un organo di “autogoverno”, ma, invece, un organo di “governo autonomo”. Distinzione sottile ma decisiva, perché in Consiglio non siedono solo gli eletti dai togati, ma anche i “laici”, professori e avvocati eletti dal Parlamento, e, soprattutto, siede il Presidente della Repubblica, che presiede l’organo. Scelta fondamentale, quest’ultima: la Costituzione ha voluto riservare a sé medesima la decisione sul “capo” del Consiglio, sottraendola all’organo collegiale (anche se poi la gestione quotidiana è affidata a un vice-presidente, eletto dal Consiglio tra i laici).
MODELLO PREVALENTE
Risparmio al lettore l’illustrazione delle ragioni per cui, a mio avviso, la Costituzione accoglie questo secondo modello, e vado al sodo. Se ci si cala nella concretezza della situazione attuale, l’esito delle elezioni dei “togati” suggerisce, infatti, la facile profezia che a prevalere sarà, ancora una volta, il primo modello, preferito dalle toghe progressiste. E quand’anche il centro-destra riesca a mandare in Consiglio sette laici sui dieci, è agevole immaginare che la maggioranza della componente togata (almeno 15 consiglieri, cui si aggiungeranno i laici di sinistra) si farà trovare compatta già a partire dalla più importante scelta iniziale, cioè l’elezione del vice-presidente, cui sarà affidato, in dialogo con il Quirinale, il governo quotidiano del Csm. Si tratterà, con probabilità, di un esponente laico della sinistra, che così isserà a Palazzo dei Marescialli la bandiera del “campo largo”. Esiti inevitabili del referendum perduto e della baldanza delle correnti dell’Associazione nazionale magistrati, che il referendum invece l’hanno vinto? Risultato delle divisioni che hanno scompaginato la magistratura conservatrice? Forse un po’ di tutto questo. Resta il fatto che il prossimo Csm sarà, verosimilmente, baluardo delle politiche giudiziarie care alla sinistra. Se il centro-destra resterà maggioranza nel Paese, troverà così nel Csm una “istituzione d’opposizione” e dovrà attrezzarsi per risultare all’altezza della sfida.