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"Inganni ai clienti": indagati Bazoli e Passera

I banchieri verso il rinvio a giudizio a Trani: avrebbero venduto derivati sapendo che avvantaggiavano solo l'istituto

Ignazio Stagno
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Michele Ruggiero, combattivo pubblico ministero della Procura di Trani, ha colpito ancora. Dopo aver messo sotto inchiesta le principali agenzie di rating mondiali e aver indagato per abuso d'ufficio Silvio Berlusconi (poi archiviato) per le presunte pressioni sull'Agcom, questa volta ha iscritto sul registro degli indagati 15 tra banchieri e manager. Sono tutti accusati di truffa aggravata continuata e (solo alcuni funzionari minori) di concorso in abusivismo finanziario continuato. Gli inquisiti hanno ricevuto nei giorni scorsi l'avviso di chiusura indagini. I nomi eccellenti di questa nuova inchiesta sono soprattutto dirigenti ed ex dirigenti di Banca Intesa e della controllata banca Caboto. Tra questi: Giovanni Bazoli, presidente del consiglio di sorveglianza ed ex presidente del cda, Corrado Passera, amministratore delegato sino al 2011 e poi ministro (l'altroieri ha annunciato la fondazione del suo nuovo partito), Enrico Salza, ex presidente del Consiglio di gestione, Giampio Bracchi, ex vicepresidente e Giovanni Gorno Tempini, ex amministratore delegato di Caboto, oggi ad della Cassa depositi e prestiti. L'accusa è quella di aver venduto derivati a Ruggiero Di Vece, titolare della Euroalluminio, società pugliese specializzata nella vendita di materiali per l'edilizia. Tutto ha inizio nel 2004 con la sottoscrizione da parte dell'imprenditore di un finanziamento a tasso variabile dell'importo di 700 mila euro da estinguere in quindici anni in rate trimestrali. Contemporaneamente Di Vece viene indotto (per il pm il «consenso sarebbe stato carpito con l'inganno») a firmare con Banca Intesa «contratti aventi a oggetto strumenti finanziari derivati Irs». Una truffa aggravata dal fatto di aver fatto sottoscrivere a Di Vece prodotti «via via più gravosi, chiedendo periodicamente la rinegoziazione previa risoluzione dei precedenti contratti; prospettando al cliente una minore esposizione e invece aggravando la sua posizione e aumentando contestualmente il proprio margine di guadagno». I derivati erano stati proposti a Di Vece come «copertura dal rischio di variazione del tasso d'interesse» del suo finanziamento, ma per Ruggiero questi «erano strutturalmente inefficaci e inadeguati a tale funzione per la loro peculiare natura speculativa (cioè vere e proprie scommesse sui tassi), sempre sbilanciata in favore della banca». L'imprenditore avrebbe stipulato, «secondo lo schema adottato notoriamente dalle banche della proposta-accettazione», tre contratti destinati a «operatori qualificati» quale non era, dopo aver firmato un modulo in cui invece si dichiarava tale, pur «senza avere ricevuto alcuna informazione sul tipo di derivati, sulla nozione di “operatore qualificato” e sulle conseguenze» di quella dichiarazione. Quei contratti per Ruggiero avrebbero procurato a Intesa un «ingiusto profitto patrimoniale» di 41.410 euro, «profitto rimasto occulto al cliente». In più l'imprenditore avrebbe avuto un ulteriore danno. Infatti nel 2008 avrebbe pattuito l'estinzione anticipata del terzo contratto, «viste le ingenti perdite subite» e per farlo avrebbe versato all'istituto 78.600 euro, «somma unilateralmente determinata» da Intesa. Ma se sono comprensibili le accuse nei confronti dei funzionari che hanno direttamente interagito con Di Vece, Ruggiero che cosa  contesta esattamente a chi guidava Banca Intesa all'epoca, da Bazoli a Passera? Per il pm, amministratori e manager erano tutti «consapevoli che contratti swap di quel tipo» erano favorevoli sono alla banca e quindi «coscientemente e volontariamente (e quanto meno con dolo eventuale), predeterminavano le condizioni per la negoziazione di contratti derivati di natura truffaldina».  A questo punto il magistrato stila l'elenco delle accuse rivolte ai vertici: aver consentito il collocamento di questi derivati presso la clientela; non averla informata sui possibili rischi (qui Ruggiero cita diversi articoli del Testo unico di intermediazione finanziaria del 1998, il Tuif); non essere corsi ai ripari di fronte ai rischi evidenziati dall'auditing interna e dall'ispezione della Banca d'Italia. Insomma i vertici «predeterminavano, inducevano consentivano e/o comunque non impedivano» che «“l'evento truffa” accadesse (così assumendosene le relative responsabilità)».  Ma quali sono le segnalazioni che avrebbero ignorato? La direzione dell'auditing interno in un report del marzo del 2004 «in ordine al processo di vendita di prodotti derivati su tassi alla clientela delle piccole e medie imprese» avrebbe segnalato «anomalie e criticità inerenti la documentazione sottoscritta dalla clientela, inadeguatezza della qualità del processo di consulenza e vendita al cliente, mancanza di supervisione e indirizzo da parte della Divisione Rete». Anche gli ispettori di Bankitalia avrebbero avuto da ridire sulla vendita dei prodotti finanziari incriminati. Il magistrato cita i risultati di due ispezioni: quella del settembre 2005 e quella del maggio 2006. Gli esperti di via Nazionale avrebbero contestato l'«inefficacia dei controlli circa l'operato della Rete commerciale» che proponeva i derivati; la mancata corresponsione dei premi ai clienti; la ricerca di meri ritorni senza prestare attenzione ai «rischi legali e reputazionali» della banca. Contestazioni di cui, secondo l'accusa, i vertici della banca non potevano non essere stati informati. Ma non ne avrebbero tenuto conto. di Giacomo Amadori

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