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Foibe, ora gli esuli combattono contro nuovi nemici

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Massimiliano Lacota*
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A seguito delle vicende dell’immediato secondo Dopoguerra e la conseguente cessione alla Jugoslavia delle province di Pola, di Fiume e di Zara e in parte di quelle di Trieste e di Gorizia con il Trattato di Pace del 10 febbraio 1947, si costituirono numerosi comitati formati da diverse migliaia di istriani, fiumani e dalmati riparati in Italia. In breve tempo nacque l’Associazione Nazionale per Venezia Giulia e Zara (ANVGZ) che si aggiunse al Comitato di Liberazione Nazionale dell’Istria (CLN d’Istria). Queste due entità, distinte e spesso in contrasto fra loro per ragioni politiche, per un certo periodo furono il punto di riferimento per gli esuli nelle principali città italiane.

Le contrapposizioni interne ai partiti nazionali, ed in particolare quelle alla Dc, si riflessero sull’azione del governo i rispetto alla politica internazionale, soprattutto per la delicata questione del Territorio Libero di Trieste, incidendo fortemente anche sul movimento associativo e logorando una consistente fetta dell’elettorato istriano, sempre più insofferente e contrario ad una politica rinunciataria rispetto ai diritti di sovranità sui territori rivendicati.

 

 

L’acuirsi delle tensioni internazionali ed il peggioramento delle relazioni con la Jugoslavia, a seguito della Nota Bipartita anglo-americana di ottobre, e la drammatica situazione a Trieste con l’insurrezione del novembre 1953, generarono all’interno delle due organizzazioni degli esuli le premesse per la creazione di un nuovo organismo, capace finalmente di dimostrarsi indipendente dalle imposizioni partitiche e, quindi, in grado di poter meglio tutelare e difendere i diritti italiani su Trieste e sulla Zona B dell’Istria, che sarebbero dovute essere restituite all’Italia. Il 5 ottobre 1954, con la firma del Memorandum di Londra, che sancì il ritorno di Trieste all’Italia ma lasciò i comuni italiani di Capodistria, Isola, Pirano, Umago, Cittanova, Verteneglio, Buie e Grisignana all’amministrazione fiduciaria jugoslava, si concretizzarono i timori degli esuli per la fuga di altri 50.000 concittadini, che avevano sinora resistito ai soprusi ed alle imposizioni del regime titino.

Iniziò così un nuovo flusso di profughi che durò fino alla fine degli anni Sessanta.

La mutata situazione geopolitica condusse velocemente ad una fitta serie di riunioni che diedero vita il 28 novembre 1954 all’Unione degli Istriani. La neonata associazione si distinse subito per una intensa attività politica incentrata sulla sensibilizzazione dell’opinione pubblica della Venezia Giulia verso la questione più urgente e delicata: la rivendicazione della sovranità italiana sulla Zona B del mai costituito Territorio Libero di Trieste ed i diritti di proprietà sui beni confiscati in territorio amministrato dalla Jugoslavia. Tali prese di posizione sancirono per l’associazione l’avvio di una lunga fase di turbolenze e conflittualità verso le sempre più evidenti posizioni rinunciatarie nei confronti della Jugoslavia dei diversi Governi che si sarebbero succeduti fino alla fine degli anni Settanta, che culminarono nella firma e ratifica del Trattato di Osimo.

Parallelamente, iniziarono anche i contrasti con le altre organizzazioni degli Esuli, in particolare con il CLN dell’Istria il quale, godendo del sostegno governativo in virtù del suo affiliamento partitico, ed avendo avuto fino a pochi anni prima il monopolio nell’influenza sui voti dei profughi, si dimostrò intollerante verso un cambio di rotta rispetto alla linea politica finora seguita, che invece l’Unione degli Istriani intese promuovere, forte della sua apartiticità e libera, quindi, di prendere posizione su un’infinità di questioni. Il programma di sensibilizzazione a tutto campo dell’opinione pubblica incoraggiò anche i rapporti con le associazioni combattentistiche e d’arma, patriottiche, monarchiche, culturali, le quali, una volta coinvolte nel problema della salvaguardia della Zona B, diventarono le più decise sostenitrici della linea intransigente dell’Unione: salvare la Zona B dell’Istria avrebbe significato tutelare e difendere il supremo interesse della Patria.

L’Unione degli Istriani, in questo periodo, promosse anche la costituzione del Centro Nazionale di Coordinamento dei Comitati in difesa della Zona B (CNC), con sede a Roma e Segreteria generale a Trieste: segno evidente che le numerose, crescenti voci su una prossima definizione tra Roma e Belgrado della questione della Zona B, avevano accresciuto l’allarme tra gli esuli militanti, che si prepararono così ad una sorta di mobilitazione generale.

 

 

Il primo segnale che la situazione stesse precipitando si manifestò il 23 settembre 1975, quando Il Giornale d’Italia uscì con un pezzo in prima pagina, a sei colonne, dal titolo: «L’Italia rinuncia alla Zona B». Nell’articolo si sosteneva l’esistenza di un protocollo segreto italo-jugoslavo con il quale l’Italia avrebbe rinunciato in via definitiva alla Zona B. Seguì un periodo concitato, nel quale l’Unione degli Istriani utilizzò ogni risorsa finanziaria e ogni mezzo a disposizione per contrastare quella che nonostante le puntuali quanto false assicurazioni, pervenute dal governo e dalla Dc- si sarebbe invece rivelata la già da diversi anni preparata consegna di Capodistria, Isola, Pirano, Buie e Grisignana a Tito.

Il 10 novembre 1975 a Osimo, venne stipulato il Trattato bilaterale che portò alla definitiva cessione della Zona B dell’Istria: Mariano Rumor, in rappresentanza dell’Italia, e Miloš Mini®per la Jugoslavia, ne decretarono il triste destino. 

L’Unione degli Istriani ha mantenuto sempre la barra diritta rispetto a diritti negati degli esuli, le restituzioni delle proprietà illegalmente nazionalizzate e confiscate dalla Jugoslavia, producendo un numero infinito di volumi e pubblicazioni in genere (ben 140 titoli editi fino al 2023). Oggi l’Unione vanta più di 13mila soci sparsi in tutta Italia, nelle Americhe, in Sudafrica ed in Australia, e combatte con i nuovi nemici: dai negazionisti del nostro olocausto alla politica nazionale che ancora non ha saputo, quando non lo ha voluto, togliere le onorificenze al dittatore jugoslavo. Una vergogna che ancora impedisce di celebrare con limpidezza il 10 febbraio.

*Presidente dell’Unione degli Istriani

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