Il costo dei furti nei supermercati è notevole. Secondo le ultime stime le “differenze inventariali”, ammontano a circa 4,6 miliardi di euro. Di questi almeno 2,1 miliardi sono riconducibili ai taccheggi, vale a dire ai furti commessi dai clienti. Per supermercati, ipermercati e discount le differenze inventariali raggiungono quasi il 2% del fatturato. Un’enormità. In pratica per ogni 100 euro di merce venduta, circa 2 euro vengono persi per furti, frodi ed errori nella gestione dei magazzini, con i taccheggi che ammontano a circa un euro.
E non è finita qui. Alcuni studi internazionali, come quelli compiuti dai professori Adrian Beck e Colin Hopkins dell’Università di Leicester, hanno dimostrato che l’adozione delle casse automatiche moltiplica per tre le probabilità di taccheggio e in alcune catene le perdite inventariali possono raddoppiare addirittura al 4% del fatturato. Dunque, in attesa di escogitare nuovi sistemi anti taccheggio efficaci, le casse con i cassieri umani restano tuttora la modalità migliore per fronteggiare il fenomeno. Ha fatto notizia nei giorni scorsi il caso della Pam Panorama, catena con sede a Venezia guidata da Arturo Bastianello, che ha avviato una campagna di controlli, affidati a ispettori del gruppo con quello che si può definire il “test del carrello”.
L’ispettore si spaccia per un normale cliente, riempie un carrello con alcuni prodotti, ma nasconde intenzionalmente uno o più articoli sotto altri prodotti o all’interno di un’altra confezione, in modo che non siano dichiarati al momento del pagamento. Il carrello viene portato alla cassa e il cassiere svolge la scansione della spesa leggendo i codici a barre dei singoli prodotti. Il test consiste nel verificare se il cassiere registra tutti i prodotti, compresi quelli nascosti, prevenendo così un potenziale furto. Se il cassiere non individua l’articolo nascosto, il test viene considerato fallito. E per l’addetto alla cassa possono essere guai. Come nel caso di un cassiere della Pam, licenziato dopo aver fallito il test del carrello. In un caso si trattava di un rossetto nascosto in una confezione di uova e il “finto cliente”, come racconta la catena, si sarebbe identificato come un ispettore prima del test con il malcapitato cassiere.
Intuisco che per intercettare il rossetto l’addetto alla cassa avrebbe dovuto aprire praticamente tutte le confezioni. Oltre alle uova, ad esempio, pure i cartoni della birra e le confezioni da 6 bottiglie di acqua, disponendo sul nastro trasportatore tutto il contenuto, incluse le 15 bottiglie di birra da 66 centilitri. E poi le 6 bottiglie da 1,5 litri di minerale. Discorso analogo per i pacchi di flaconi del detersivo liquido per lavatrice, per le confezioni multirotolo di carta igienica, per quelle di pannolini a pannoloni. Via: fuori tutto, fino all’ultimo rotolo, all’ultimo flacone, poi una bella scrollata alla scatola per accertare che non sia rimasto nulla sul fondo. Ma è pensabile tutto ciò? Soprattutto: è fattibile, quando le code in cassa si allungano e i clienti sono poco inclini a dedicare tempo all’ispezione delle confezioni?




