E alla fine sono scesi in piazza anche gli studenti, a cui almeno si può perdonare la non ancora raggiunta consapevolezza della serietà e complessità della vita. Dopo le prese di posizione di una sinistra che vuole politicizzare anche ciò che non lo è, anche i giovani di Sanremo hanno fatto sentire la loro voce, o meglio i loro slogan semplicistici, contro l’iniziativa del vescovo della città ligure, Antonio Suetta, di far suonare ogni sera alle 20 la “Campana dei Bimbi non Nati” come «richiamo quotidiano alla riflessione, alla compassione e alla speranza».
Una iniziativa che, come spiegato dallo stesso vescovo, assunta a conclusione dell’anno giubilare, vuole essere non solo una testimonianza di vita e speranza, ma anche un atto di riconciliazione e misericordia. Anche per quelle donne e quelle famiglie che hanno dovuto affrontare una scelta che sicuramente non è stata facile.
Quindi nessun intento colpevolizzante, come pure si è detto, ma solo la volontà di «affidare al cuore misericordioso di Dio ogni vita ferita, ogni dolore nascosto, ogni storia segnata dalla sofferenza». In sostanza, un messaggio di inclusione e non di esclusione, come è stato invece interpretato in modo interessato da una parte del mondo politico, non solo locale.
D’altronde, la Chiesa non fa altro che il suo mestiere che è quello di ricordarci, da una parte, che la vita ci è donata ed è sacra fin dal momento del suo concepimento e, dall’altra, che la misericordia di Dio non crocifigge nessuno ma accoglie tutti nel proprio grembo con amore e speranza. Perché allora tanta preconcetta ostilità? Cosa è in gioco in questa vicenda? Cosa irrita così tanto e genera reazioni così esagerate e fuori luogo?
Ad un primo livello, c’è un interessato fraintendimento di cosa è laicità che, trasformatasi in laicismo, da principio concernente la distinzione giuridica degli ambiti istituzionali e sociali diventa intollerante pretesa di vietare alla Chiesa di parlare e agli uomini di fede di esprimere pubblicamente le loro convinzioni.
Il paradosso o la malafede di questa posizione consiste nel fatto che alla Chiesa cattolica viene contestato ciò che invece viene permesso, in nome di una malintesa inclusione, a confessioni religiose, come la maggior parte di quelle di radice islamica, che con il principio di laicità hanno davvero poco a vedere. Ad un livello ulteriore c’è poi chi parla dell’aborto come di un “diritto” che non si tocca, inviolabile, e che quindi non va nemmeno discusso. In questo senso, negli ultimi anni, si è compiuto un passo indietro non indifferente. Se la legge 194, che nessuno vuole toccare, stabiliva le condizioni per eseguire senza rischi per la donna una scelta assunta in piena libertà come un “male minore”, oggi, spostando il discorso sul terreno dei diritti, si vuole “normalizzare” l’aborto facendolo diventare una scelta psicologicamente indolare, più o meno come estrarre un dente cariato dalla bocca.
È un portato di una sorta di relativismo e nichilismo estremi. Ma anche una semplificazione e banalizzazione delle questioni, che non tiene conto della complessità della vita. Nonché della tragicità, nel senso etimologico della parola, di una scelta che non può essere assunta da nessun umano a cuor leggero.