La brutalità dei manifestanti pro-Askatasuna a Torino ha lasciato un segno profondo, in particolare quel video agghiacciante che da sabato sera sta circolando ovunque: un poliziotto a terra, accerchiato, colpito con calci al volto e martellate, inerme, senza potersi difendere. Scene di violenza cruda che hanno scosso l’opinione pubblica e acceso il dibattito politico.
L’agente aggredito è Alessandro Calista, 29 anni, in servizio al Reparto Mobile di Padova. Originario di Pescara, sposato e padre di un bambino piccolo, Calista stava operando nel servizio di ordine pubblico durante il corteo nazionale per Askatasuna, degenerato in violenti scontri nel pomeriggio di sabato 31 gennaio 2026.
Durante l’assalto, dopo essere rimasto isolato, il poliziotto è stato colpito con oggetti contundenti e con un martello. Trasportato in ospedale, ha riportato contusioni alle costole, al polpaccio e una ferita alla coscia sinistra, già suturata. Nonostante la gravità dell’aggressione, i medici hanno escluso il pericolo di vita. "Sto bene e vi ringrazio per la vicinanza, ho fatto solo il mio dovere", ha risposto a chi lo ha contattato. "Adesso non posso parlare, mi stanno ancora medicando", ha aggiunto.
Il bilancio complessivo degli scontri dà conto di oltre trenta feriti, secondo le cifre diffuse dal servizio sanitario del 118: quindici persone sono state portate all’ospedale Gradenigo e quattordici alle Molinette, tra cui un ferito con un trauma toracico più serio ma non critico. Altri manifestanti e agenti sono stati medicati in strutture limitrofe.
Ferma la reazione delle istituzioni. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha espresso la propria solidarietà alle forze dell’ordine, mentre il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il capo della Polizia Vittorio Pisani hanno contattato Calista per sincerarsi delle sue condizioni.
Anche il presidente del Consiglio Giorgia Meloni è intervenuta, condannando con decisione le violenze di Torino e ribadendo il sostegno del governo alle donne e agli uomini in divisa, definiti bersaglio di un’aggressione inaccettabile in uno Stato di diritto.