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A Milano vogliono incastrare l’agente che si è difeso

di Giorgia Petani giovedì 5 febbraio 2026

2' di lettura

 E se dai salotti rossi e dalle bocche di certi dem sono arrivati a singhiozzo, tra i “se” e i “ma”, i messaggi di solidarietà al poliziotto indagato per omicidio volontario, a rendere il tutto ancora più grottesco è la narrazione di una certa stampa. Per l’agente della squadra investigativa del commissariato Mecenate, come ha raccontato l’avvocato Porciani, sono giorni difficili, in cui la stanchezza si va ad aggiungere all’ansia per sé e per i propri familiari. Del resto, trovarsi indagati con un’accusa così grave per aver svolto il proprio lavoro non può che lasciare attoniti.

E a lasciare l’amaro in bocca sono anche le dichiarazioni rilasciate dagli avvocati della famiglia di Abderrahim Mansouri che, anziché occuparsi del proprio assistito, sembrano aver già emesso una sentenza su quanto accaduto. Dichiarazioni su cui quotidiani e siti ci hanno cucito titoli ad effetto, così da sviare l’attenzione su quelli che sonoi veri temi di questa vicenda. Come dicevamo, i giornali della solita area progressista sembrano aver dimenticato alcuni dettagli: poco importa che si tratterebbe di uno degli esponenti di spicco di una famiglia di spacciatori del famigerato boschetto di Rogoredo; poco importa che l’uomo fosse già noto alle forze dell’ordine, con numerosi alias, e che avesse con sé una pistola giocattolo. Del resto, per i soliti esponenti della sinistra il fatto che il 28enne girasse armato è un dettaglio marginale... D’altronde, chi di noi non esce con una pistola giocattolo a minacciare un uomo in divisa? Silenzio anche sul come l’agente avrebbe potuto riconoscere una pistola a salve, priva di tappino rosso e con il logo Beretta stampato sopra. A leggere certi quotidiani nazionali sembra che svolgere il proprio mestiere sia diventato un reato. Mica spacciare o girare armati. E mentre tutti puntano il dito, l’agente e la sua famiglia «vanno in chiesa a pregare per l’anima di quel ragazzo. Questo fa ben capire la differenza...», spiega a Libero il legale del poliziotto, Pietro Porciani, che oggi si domanda come possa essere uscito il cognome del suo assistito. «Mi auguro che la Procura indaghi anche su questo elemento, visto che da me non è uscito.

Pubblicare i dati sensibili del mio assistito significa mettere a rischio la sua incolumità e anche quella della sua famiglia». In merito alle parole pronunciate dai legali del marocchino, l’avvocato ci tiene a sottolineare due cose: «La prima è che il mio assistito non aveva motivi per uccidere, ma ne aveva per difendersi». E ancora: «Perché non ci si chiede il motivo per cui il presunto spacciatore avesse con sé una pistola?

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A cosa gli serviva? Parliamo di un soggetto che vendeva morte: in tasca sono stati trovati quattro tipi di sostanze stupefacenti». Ricordiamo che i dati emersi dall’autopsia, per il legale, sarebbero compatibili con la ricostruzione resa dal poliziotto: «Con una distanza di oltre 25 metri, anche mirando non si sarebbe riusciti a centrare il soggetto». E sull’arma, «in quelle condizioni sarebbe stato impossibile riconoscerla».

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