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Bimbo con il cuore bruciato, il super-consulente: "Se non c'è nulla da fare, dobbiamo ammetterlo"

mercoledì 18 febbraio 2026

3' di lettura

"Il nostro faro deve essere il bene del bambino e di nessun altro. Qualsiasi cosa significhi. E il bene del bambino, purtroppo, potrebbe anche voler dire ammettere che non c'è più nulla da fare: no all'eventuale accanimento terapeutico".

La notizia di un possibile cuore da trapiantare, arrivata in serata da fonti interne all'ospedale napoletano, non fa cambiare punto di vista a Carlo Pace Napoleone, direttore della Struttura complessa di Cardiochirurgia pediatrica e delle Cardiopatie congenite dell'ospedale infantile Regina Margherita di Torino, uno dei cinque luminari convocati a Napoli per il maxi-consulto sul bambino di due anni operato il 23 dicembre scorso al Monaldi per un trapianto di cuore.

Il piccolo oggi è in coma farmacologico, collegato all'Ecmo, il macchinario che supplisce alla funzione del nuovo cuore, che non funziona. "Voglio essere sincero - spiega il professor Pace -: un corpo attaccato all'Ecmo può sopravvivere bene anche un paio di settimane. Oltre questo limite, è molto difficile che non si sia sviluppata una compromissione di altri organi, soprattutto reni, fegato, polmoni e cervello", spiega al Corriere della Sera.

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"I bambini sono estremamente complessi e la loro capacità di recupero è spesso al di sopra delle aspettative. Oggi, però, è impossibile ipotizzare uno scenario senza aver analizzato personalmente il caso, insieme a tutti i colleghi che hanno risposto all'appello del Monaldi", aggiunge. Il Monaldi ha già chiesto e ottenuto un primo consulto al Bambino Gesù di Roma, per il quale il piccolo non sarebbe trapiantabile.

"Non importa. Il grande lavoro che dobbiamo fare oggi, anche in maniera un po' cinica, è arrivare a una prognosi neutrale, basata esclusivamente sul quadro clinico che osserveremo, senza farci influenzare dalla singola storia, tanto meno da diagnosi già espresse nelle scorse settimane", chiarisce il dottore, secondo cui lo scenario migliore sarebbe "l'assenza di ulteriori compromissioni d'organo oltre al cuore. Anche in questo caso, però, bisogna fare un passo indietro. Anche in presenza di un cuore compatibile, non è scontato che il candidato giusto a riceverlo sia il piccolo. A decidere è la probabilità di sopravvivenza e di guarigione tra i vari malati in attesa di trapianto".

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Alcuni colleghi hanno ipotizzato un cuore artificiale. "Il termine non è corretto. Si tratta di un sistema di assistenza ventricolare chiamato Berlin Heart. È un'ipotesi, ma comporta rischi collaterali molto seri". Quali? "Impiantare un dispositivo di questo tipo significa incorrere in un alto rischio di infezioni, senza contare gli effetti collaterali di una terapia anticoagulante permanente". Però al Regina Margherita di Torino ci sono due bambini che, in attesa di trapianto, sono tenuti in vita attraverso questo sistema.

"Sì, ma presentano un quadro clinico molto meno grave rispetto al piccolo di cui stiamo parlando". Le sue parole sembrano rappresentare uno scenario difficile da riscrivere. "Il punto è che, in ogni caso, ci troveremo di fronte a una decisione difficile da prendere. Credo sia questo il motivo che ha spinto la direzione del Monaldi a interpellare uno staff multidisciplinare: dobbiamo cercare di non lasciarci coinvolgere emotivamente, guardare le cose dall'esterno. Anche se è complesso, anche visto il grande coinvolgimento mediatico". Se si fosse trovato nella condizione dei suoi colleghi, avrebbe eseguito il trapianto? "Sì. Era la scelta giusta in quel momento". Perché? "Intanto, il danno al cuore è stato scoperto solo dopo l'apertura del contenitore che lo conteneva. Inoltre, la letteratura riporta casi di cuori che non battono ma che, una volta trapiantati, dopo un paio di giorni in Ecmo riprendono a funzionare. In questo caso è andata male, ma possiamo dirlo soltanto a posteriori: perché qualcuno ha tentato", conclude. (Frm/Adnkronos Salute) ISSN 2499 - 3492 18-FEB-26 09:23 NNNN

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