Ricapitoliamo un attimo, a beneficio del lettore, le tavole valoriali della convivenza (in)civile italica. Se sei un militante di centrodestra, non puoi percorrere il 18 aprile lo stesso tragitto (da Porta Venezia a Piazza Duomo a Milano) che compiranno il 25 aprile i monopolisti immaginari dell’antifascismo (è una delle obiezioni che sono seriamente arrivate da sinistra all’evento di Lega e Patrioti Europei). Se sei un guru del mainstream progressista e inclusivista, nonché monopolista immaginario dell’antimafia, puoi tranquillamente dare del malavitoso a un ministro della Repubblica.
Nulla di nuovo, è il rodatissimo doppiopesismo delle idee e delle parole, riproposto dai suoi gattopardeschi sostenitori, peraltro parecchio ringalluzziti dall’esito del referendum. Il luogo della storia, infatti, è un’aula del tribunale di Roma. Il guru in questione è Roberto Saviano, diciamo per comodità scrittore (alleghiamo scuse a Dostoevskij, Céline, Cormac McCarthy...). Il ministro, che è entrato in quell’aula col doppio torto preventivo di essere esponente di un governo di centrodestra nonché leader politico della Lega, è Matteo Salvini. La sentenza, più scontata di una mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali, suona: assolto dall’accusa di diffamazione.
Pensate un po’, questo barbaro sovranista che domani oserà recarsi in piazza Duomo a Milano senza autorizzazione del Politburo delle anime belle (e parlerà perfino!) si era sentito diffamato da quella simpatica formulazione: «ministro della malavita». Vale a dire, chiamando a testimoniare la lingua italiana: uomo di governo che appartiene, o che fa riferimento, o che è organico, alla criminalità organizzata. Nulla da fare: Saviano a quanto pare aveva il diritto di proferirlo, direttamente dall’empireo dei dispensati e dei moralmente superiori (vecchio equivoco berlingueriano che nel frattempo si è esteso dai comunisti ai non-destrorsi).
Il grazioso epiteto venne ribadito dall’autore di Gomorra in alcuni post e dichiarazioni pubbliche del 2018. Allora, Salvini era ministro dell’Interno, si era in piena “politica dei porti chiusi”, una sfida anzitutto culturale al bel mondo immigrazionista di cui Saviano è tra gli intellettuali organici di punta. La polemica era dura da ambo le parti, perché saldata in una differenza originaria di visioni del mondo, come peraltro da fisiologia democratica. Quell’espressione, però, non ha niente di fisiologico, lega direttamente Salvini a pratiche malavitose, mafiose, criminali. Saviano si è sempre difeso ripetendo che si trattava di una citazione di Gaetano Salvemini (cui ha dedicato la propria assoluzione, rivelando di non soffrire certamente di problemi di autostima), autore nel 1910 di un pamphlet intitolato appunto Il ministro della malavita, una critica serrata dell’azione politica di Giovanni Giolitti nel Mezzogiorno. Così però il problema non fa che spostarsi: Salvemini accusava Giolitti e i giolittiani di ottenere consenso al Sud tramite corruzione, brogli, intimidazioni, violenze, collusioni criminali.
Mentre si titilla l’Ego con la citazione colta, quindi, Saviano sta ventilando che Salvini e/o i “salviniani” hanno rastrellato voti nel Meridione con modalità affini? La logica elementare e l’analisi del testo suggerirebbero di sì, la sentenza dice di no, o che comunque in ogni caso era suo diritto farlo. Diritto di accostamento storico indebito e (poco) vagamente offensivo, certo suona meglio di diffamazione. Prendiamo atto, e annotiamo anche la trance agonistica del Saviano post-vittoria, che ha voluto esagerare: «Salvini per anni mi ha perseguitato letteralmente, facendo campagne elettorali su di me». Si annuncia già il prossimo tormentone: ministro delle persecuzioni. D’altronde è pleonastico, è di destra.