Era dai tempi della riforma di Giovanni Gentile che la scuola non veniva pensata in modo così radicale, con interventi non rapsodici ma rispondenti a un’idea articolata ed unitaria di educazione, ove ogni elemento si combina in un insieme coerente. Uno dei pilastri del riformismo del ministro dell'istruzione e del merito Giuseppe Valditara è costituito delle nuove “Indicazioni Nazionali dei Licei” che fanno seguito a quelle per le scuole del primo ciclo, operative dal prossimo settembre, e che giungono al termine di un iter fatto di consultazioni e audizioni, con un ascolto costante di chi nella scuola vi opera ma anche di chi ne usufruisce. Per la prima volta, infatti, sono state coinvolte anche le Consulte studentesche. L’obiettivo che le Indicazioni si propongono è duplice.
Da una parte, si tratta di formare le giovani generazioni guardando al futuro, che per molti aspetti è già il nostro presente, così diverso da quello di solo qualche decennio fa. Da qui l’attenzione rivolta all’Intelligenza Artificiale, che non va demonizzata ma usata criticamente come “sapere da verificare”, e più in generale alle cosiddette discipline Stem. Queste ultime vengono ripensate riportandole ai problemi concreti della quotidianità, come è necessario che sia in un mondo segnato senza dubbio dalla Tecnica che non può essere affrontata con consapevolezza solo da esperti altamente specializzati.
Dall’altra parte, le Indicazioni si propongono di recuperare le radici della cultura e della storia occidentale per costruire una solida identità. Una vera “rivoluzione” che non vuole essere velleitaria e demagogica. Da questo punto di vista, la scelta compiuta dal ministro Valditara è stata netta: rimettere al centro la tradizione occidentale, non per un capriccio o faziosità ideologica, ma per motivi sostanziali concernenti anche, non ultimo, il nostro stesso rapporto con le altre civiltà, nella consapevolezza della nostra identità e dei suoi valori fondanti, in questo senso suggerire la lettura della Bibbia e rendere obbligatorio Odissea ed Eneide è un passaggio importante. Così come far tornare “al loro posto” nei programmi Dante e i Promessi Sposi.
Un dialogo non è infatti possibile se non si ha cognizione di chi si è, così come se non si crede fino in fondo in certi valori quali la libertà e dignità umane. I quali, seppur affermatesi in un preciso contesto storico-geografico, hanno un valore universale. Una chiarificazione siffatta era necessaria dopo anni di teorie post-colonialiste, decostruzioniste, colpevolizzanti. Teorie, a volte anche raffinate, il cui risultato ultimo può ben essere un nichilismo e un relativismo assoluti che finiscono per renderci deboli: poco combattivi proprio sulle battaglie di civiltà. Certo, i valori della democrazia, del rispetto per l’altro, del dialogo, della libertà, si sono affermati in Occidente tra tante difficoltà e non pochi errori, ma questo non ne inficia la natura né giustifica la cosiddetta cancel culture. La quale trova così tanti proseliti a sinistra proprio perché risponde a quel desiderio inconscio che il progressista ha di cassare tutto e ripartire da zero per creare un ipotetico “uomo nuovo”.
Tutto il contrario della visione che anima queste Indicazioni che mette al centro la persona, che è unica ma vive in relazione con gli altri, e oppone all’ideologia la concretezza e il buon senso. In tal senso, Valditara propone nel corso di Filosofia dell’ultimo anno lo studio del pensiero a fondamento dei valori costituzionali. In quest’ottica viene restituito il giusto significato e il dovuto riconoscimento anche al merito, un altro dei concetti tabù a sinistra. Il quale, lungi dal giustificare le diseguaglianze sociali come vorrebbe certa retorica progressista, è l’unico modo per permettere a tutti di emergere e valorizzare i propri talenti senza che considerazioni estrinseche quali appunto le disponibilità economiche o il capitale relazionale intervengano a determinare le fortune individuali.
Merito significa anche educazione alla libertà, la quale non è capriccio o arbitrio, non è diritti senza dover, ma è prima di tutto responsabilità, capacità di assumersi le conseguenze delle proprie scelte. E chi più di un adolescente deve imparare ad apprendere dai propri errori, seguito in questo da menti esperte e dalla vicinanza della famiglie, le quali non possono essere estromesse dal processo formativo come certi ideali statalistici di scuola pure vorrebbero? Da qui quella che a mio giudizio è forse una delle novità più stimolanti di questa idea di scuola, la quale rappresenta un cambiamento radicale rispetto agli ideali perfezionistici e dirigisti di certa sinistra (e non solo, ahimé!): la rivalutazione dell’errore come momento indispensabile per la crescita, la conoscenza e la piena consapevolezza di sé di ogni essere umano, soprattutto in età adolescenziale. Un tempo la si sarebbe chiamata una “rivoluzione liberale”. Anche se il termine è passato di moda, il senso è proprio questo.