Nel carcere di Rebibbia è il giorno dell’interrogatorio di garanzia per Antonio Passariello, uno dei quattro arrestati per l’attentato a Sigfrido Ranucci. Un passaggio cruciale dell’inchiesta coordinata dalla Procura, che punta a chiarire non solo l’esecuzione materiale dell’azione intimidatoria del 16 ottobre scorso davanti all’abitazione del giornalista vicino Torvajanica, ma soprattutto l’eventuale catena dei mandanti.
Secondo gli investigatori, l’uomo – ultracinquantenne con un precedente pesante già nel 1996 per rapina e violenza sessuale a una prostituta – potrebbe essere in grado di fornire elementi decisivi. Ma la linea difensiva e il suo stesso passato recente fanno pensare al silenzio. Intercettato dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma e Frascati, Passariello aveva dichiarato: “L’indagine — diceva — non fa niente se mi arrestano. Faccio nu mese ‘e carcere, veng e me cagn”. Tradotto: non parlerà. Una posizione ribadita anche nei colloqui con ambienti criminali, tra cui Salvatore Cava, detto “Totore”, vicino ai clan campani: “Eh Salvatore (“Totore”, ndr) che siano dieci o vent’anni a me cosa cambia? Sto là, sto bello, dormo, mangio, bevo...”. La gip Iole Moricca, insieme al pm Carlo Villani, dovrà ora valutare la tenuta del quadro accusatorio, mentre la Procura spera in un ribaltamento della strategia omertosa per arrivare ai livelli superiori della rete criminale. Passariello, assistito dall’avvocato Generoso Pagliarulo, viene descritto come un “operaio dei clan”, cresciuto nel Rione Gescal di Cicciano, contesto sociale degradato che avrebbe favorito la sua deriva criminale. La giudice lo descrive come soggetto incline all’autocelebrazione e alla spavalderia: “Passariello — sottolinea la gip — dimostrava di assumere all’esterno e quando era insieme ad Amato un comportamento... di assoluta spavalderia e di totale indifferenza rispetto alle conseguenze penali”.
Nel frattempo, sono previsti anche gli interrogatori di Saverio Mutone e Pellegrino D’Avino, che annuncia ricorso al Riesame. Proprio D’Avino, secondo l’impostazione investigativa, sarebbe il soggetto incaricato di eseguire l’intimidazione e ritenuto il più vicino alla ricostruzione del movente. Gli inquirenti ipotizzano una filiera criminale articolata, con intermediari tra esecutori e mandanti reali. Intanto si analizzano i contatti presenti nei cellulari sequestrati. Nessuna pista viene esclusa: tutte restano aperte nella ricerca della verità sull’attentato al conduttore di Report.