Dentro quel telefono gli inquirenti cercano le ultime tracce di una giornata finita in tragedia. Messaggi, fotografie, contatti, spostamenti: frammenti di vita che potrebbero aiutare a ricostruire perché Abderrahim Fakir, 42 anni, il 19 luglio si trovasse nel quartiere Pilastro, dove è morto durante un fermo di polizia.
Mentre la Procura prova a riannodare i fili delle sue ultime ore, la vicenda continua a riverberarsi sulla città. E ora rischia di entrare anche nel corteo del 2 agosto per la commemorazione della strage alla stazione, con l’annuncio di Potere al Popolo di sfilare in uno spezzone separato per ricordare, insieme alle vittime del terrorismo, anche Fakir.
CONSULENZA
Il primo tassello della nuova fase dell’inchiesta è arrivato ieri mattina negli uffici della Procura di Bologna, dove è stato conferito l’incarico all’ingegnere informatico Giuseppe Ferraro per la perizia sul telefono cellulare del 42enne marocchino. La consulenza durerà sessanta giorni e riguarderà il materiale contenuto nel dispositivo dal gennaio 2026 fino al giorno della morte. L’obiettivo è verificare se dai dati possano emergere elementi utili a spiegare la presenza di Fakir in via Svevo e ricostruire i suoi contatti nelle ore precedenti al decesso.
Gli investigatori cercheranno eventuali messaggi, fotografie o conversazioni che possano chiarire con chi abbia parlato, chi abbia incontrato e se vi siano elementi compatibili con l’ipotesi di una cessione di sostanze stupefacenti, una delle piste al vaglio dopo lo stato di forte alterazione segnalato dai residenti che avevano richiesto l’intervento delle forze dell’ordine. Si tratta, allo stato, di ipotesi investigative che attendono riscontri anche dagli esami tossicologici, attesi nelle prossime settimane.
«La concentrazione maggiore sarà sugli ultimi momenti per capire chi potrebbe avere contattato e incontrato», osserva l’avvocato Gabriele Bordoni, difensore dei due agenti intervenuti quel giorno. Ma il telefono potrebbe anche fornire indicazioni sul quadro personale di Fakir, compresa l’eventuale presenza di disturbi psichiatrici, altro aspetto che gli investigatori intendono verificare.
Sul perimetro dell’accertamento insiste invece la famiglia della vittima. Il legale Fabio Anselmo ha chiesto che l’analisi resti strettamente collegata ai fatti oggetto dell’indagine e ha sollecitato particolari garanzie nelle modalità di estrazione dei dati. «Esiste un diritto alla privacy che va contemperato con quello delle indagini», ha spiegato il penalista, ribadendo la necessità di evitare quella che definisce una «vittimizzazione secondaria».
L’obiettivo, sostiene, è impedire che aspetti della vita privata di Fakir finiscano al centro del dibattito pubblico senza rilevanza investigativa. Anselmo ha inoltre precisato che il 19 luglio, in via Svevo, Fakir non aveva con sé il cellulare.
Tutte le parti hanno nominato consulenti tecnici: l’ingegnere Sergio Civino per la famiglia e l’ingegnere Spalletti per i due poliziotti. Nessun consulente, invece, è stato designato dalla difesa dei quattro sanitari presenti insieme agli agenti durante l’intervento. I sei risultano iscritti nel registro delle annotazioni preliminari e, per la prima volta in Italia, nei loro confronti è stato applicato lo scudo procedurale previsto dal recente decreto Sicurezza: non risultano indagati.
IL CORTEO
Intanto il caso continua ad alimentare il confronto politico e sociale in città. Potere al Popolo Bologna ha annunciato la partecipazione al corteo del 2 agosto con uno spezzone autonomo per ricordare «gli altri omicidi di Stato e le stragi, da Fakir alla Uno Bianca», rilanciando la richiesta di «verità e giustizia» e criticando la gestione della sicurezza di Comune e Governo.
Il sindaco Matteo Lepore ha invitato a mantenere il carattere pacifico della manifestazione. «Bologna è una città ferita», ha ribadito, ricordando però che nelle commemorazioni del 2 agosto non sono mancati, negli anni, gruppi portatori di istanze diverse da quelle dei familiari delle vittime. Un appello alla non violenza è arrivato anche da Paolo Lambertini, presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage della stazione: «Abbiamo sempre gestito queste ricorrenze nella democrazia e senza violenza».