E adesso non si salva più nessuno. Della macchina investigativa messa in campo dai carabinieri nel 2007 per dare un nome all’assassino di Chiara Poggi era già stata travolta dalle indagini l’Arma territoriale, la stazione di Vigevano, con il comandante Francesco Marchetto condannato per falsa testimonianza. Poi è stato il turno del Comando provinciale, con l’allora capitano Sabino Cassese incriminato nei mesi scorsi, anche lui per falsa testimonianza. Nuvole nere si addensano anche sugli uomini della sezione di polizia giudiziaria della Procura di Pavia che nel 2016 svolsero le prime indagini su Andrea Sempio, indicati in un provvedimento del giudice di Brescia come i destinatari più probabili della “stecca” pagata da papà Sempio per salvare il figlio. Ed ora tocca ai più insospettabili di tutti, i carabinieri del Ris, gli uomini d’eccellenza dell’Arma, protagonisti secondo gli ultimi sviluppi - dell’insabbiamento delle analisi che avrebbero smontato un pilastro delle accuse a Alberto Stasi: condannato in via definitiva come assassino sulla base del Dna di Chiara scoperto dai Ris sui pedali della sua bici. Ma quel Dna non c’era, gli uomini del Ris lo sapevano bene, e tennero nascosta a tutti la verità.
La puntata più recente del caso Garlasco investe in pieno i Ris. La difesa di Stasi, attraverso il suo consulente Pasquale Linarello, scopre che nei raw data, i dati grezzi dei computer dei Ris, ci sono le analisi che il 20 settembre 2007 smentiscono quelle che il giorno prima avevano individuato la presenza di materiale biologico (anzi, addirittura di sangue, si disse all’epoca); incredibilmente, le controanalisi vennero fatte sparire. La Procura di Pavia nei mesi scorsi scava anche lei sul tema, e i suoi consulenti confermano: due “corse”, due analisi con risultato zero, vengono compiute il 20 ma noni consegnate al pm che allora indaga sul delitto, Rosa Muscio, e che quattro giorni dopo arresta Stasi sulla base della prima analisi, sbagliata. Lunedì scorso, con la discovery finale delle indagini su Sempio, la Procura di Pavia rende note le sue scoperte. E il ciclone si abbatte sugli ufficiali del Ris in campo all’epoca: il colonnello (oggi generale in pensione) Luciano Garofano, i capitani (oggi colonnelli) Aldo Mattei e Alberto Marino. Immediata la reazione di Alberto Stasi, che grazie a quell’imbroglio si è fatto undici anni di carcere: «Mi auguro che ognuno si assuma le sue responsabilità».
Ma le responsabilità, per ora, non se le assume nessuno, e tra gli ex commilitoni è già partito lo scaricabarile. Un dato però è certo: la Procura di Pavia non è disposta a chiudere questa pagina senza approfondire fino in fondo quanto è accaduto. Secondo quanto risulta a Libero, un nuovo fascicolo di indagine è già stato aperto dalla Procura di Pavia, e vi stanno confluendo gli atti già resi noti con la chiusura delle indagini su Sempio e anche materiali tuttora coperti da segreto: tutti relativi al ruolo svolto dai Ris. Il fascicolo è stato registrato per ora nel cosiddetto “modello 45”, ovvero “atti non costituenti reato”, per un motivo semplice.
Se, come appare inoppugnabile, gli esami che smontavano la prova regina contro Stasi vennero fatti sparire, si possono configurare una serie di reati: il falso in atto pubblico, la frode processuale, forse anche la calunnia. Ma si tratta di reati di diciannove anni fa, tutti prescritti. A cambiare in peggio la situazione, trasformando gli ex ufficiali in indagati, potrebbe essere quanto accaduto assai più di recente, quando a partire dal 10 settembre scorso - sono stati convocati e interrogati dal procuratore aggiunto Stefano Civardi e dai pm Valentina De Stefano e Giuliana Rizza. Cinque interrogatori, dal primo - il colonnello Marino, ascoltato il giorno 10 all’ultimo, con Garofano sentito il 25 settembre. Negli interrogatori, emergono contraddizioni rilevanti. Qualcuno sta mentendo. E la falsa testimonianza non è prescritta.
Il contrasto più vistoso è quello tra Marino e Garofano. Marino prima dice di non ricordare se ci siano state altre analisi dopo quella positiva. Poi gli torna un po’ la memoria, «sarà stato un eccesso di zelo al contrario, nel senso che ha ulteriormente confuso la storia... uno sciocco eccesso di zelo». Uno zelo che smonta l’accusa a Stasi, però la svolta viene tenuta nascosta. «A questi due risultati non è stato dato un peso che forse meritavano», dice il colonnello. Ne avete parlato col vostro comandante, Garofano? «Presumo di sì». Garofano viene sentito due settimane dopo, i pm non gli contestano le dichiarazioni di Marino, lasciano che sia lui a ricostruire come vennero effettuate le analisi sui pedali, come vennero trasmesse alla Procura di Vigevano: ma di essere stato avvisato che esistevano due nuove analisi, che smentivano la prima, non parla affatto. L’indagine, come si vede, è solo agli inizi.