Fucili contro i poliziotti. Molotov lanciate sugli scudi degli agenti. Barricate costruite con automobili incendiate. Nelle chat Telegram del Fronte Rivoluzionario Italiano e del Movimento 17 ottobre, frequentate complessivamente da decine di migliaia di lettori, simpatizzanti e attivisti, sono circolati quattro manuali che raccontano la violenza di piazza, teorizzano il sabotaggio e illustrano l’organizzazione delle azioni clandestine.
Uno arriva a evocare addirittura l’impiego di armi da fuoco contro le forze dell’ordine. «Desire to be a sniper and blow the thugs away with a rifle or some explosive». «Diventare un cecchino e colpire i poliziotti con un fucile o un esplosivo», scrive un partecipante alle rivolte di Brixton, a Londra, nel 1981, nell’opuscolo «We Want to Riot, Not to Work», pubblicato l’anno successivo e rimasto disponibile nelle chat Telegram dei movimenti fino alla loro chiusura, qualche giorno fa. Le pagine successive trasformano le scene di guerriglia urbana del passato in un repertorio di suggerimenti e indicazioni per le mobilitazioni a brevissima scadenza. Gli scontri del 1981 diventano materiale da studiare, assimilare e possibilmente replicare.
Pietre e bottiglie contro gli agenti, furgoni della polizia ribaltati e incendiati, molotov scagliate oltre gli schieramenti antisommossa. Le automobili in fiamme diventano barricate, mentre negozi, gioiellerie e grandi magazzini vengono saccheggiati. Bruciano anche gli edifici. Il testo affronta persino la possibilità di liberare con la forza i manifestanti arrestati cercando di convincere le forze dell’ordine a disertare.
Tutte pubblicazioni da tempo sparite dai radar dell’antiterrorismo, che hanno tuttavia trovato una seconda vita nei canali digitali della protesta, alimentando un repertorio di contenuti radicali che affianca comunicati e appelli alla mobilitazione spesso generati con l’Intelligenza artificiale o rimbalzati sui social.
L’INCHIESTA
C’è da dire che la loro diffusione non figura tra gli elementi investigativi nelle inchieste che si stanno susseguendo in queste ore, compresa quella sfociata nel fermo di Youssef Siher, l’animatore del Movimento 17 ottobre rinchiuso a San Vittore. Eppure, la circolazione di quella letteratura lascia intravedere un desiderio di riorganizzazione della violenza che potrebbe riemergere all’improvviso. Non occorre immaginare una struttura organizzata pronta a entrare in azione con le pistole nelle fondine.
Potrebbe bastare un individuo isolato, magari un esaltato che abbia letto quelle pagine e decida di trasformarle in un gesto di violenza. La storia ne è piena. E ancora: «Ricette per il caos», il volume del collettivo anarchico CrimethInc, affronta direttamente il sabotaggio come strumento di pressione politica. Viene richiamato perfino il danneggiamento di una diga per attirare l’attenzione pubblica su una questione ambientale. Gli squatter olandesi degli anni Ottanta sono citati per le campagne di intimidazioni e vandalismi che avrebbero costretto le amministrazioni locali a trattare. E gli scontri ripetuti contro i raduni degli avversari politici vengono descritti come un mezzo per impedirne lo svolgimento.
Il libro indica, poi, nel Black bloc di Seattle del 1999 un modello unico per azioni di controguerriglia urbana. E passa ai concerti, alle feste e agli eventi sportivi. Una folla che esce da uno spettacolo può diventare un corteo improvvisato da scagliare contro civili e forze dell'ordine. Persino i festeggiamenti per una vittoria sportiva possono trasformarsi in scontri con la polizia, con tifoserie rivali unite contro gli agenti. Il repertorio comprende ancora occupazioni abusive, danneggiamenti, graffiti e false prime pagine dei quotidiani, costruite per diffondere propaganda e confondere i lettori.
Si arriva quindi alle aziende, alle istituzioni, ai laboratori. «Forse volete distruggerei mezzi con cui una grande azienda o un'istituzione compie i suoi misfatti, o se non altro fornire un deterrente; forse volete ispirare i vostri compagni attivisti o dissidenti e nel frattempo mostrare anche un modello di resistenza», si legge nel testo. Più espliciti di così... La biblioteca della contestazione comprende anche «Safer in the Street», un pieghevole che affronta cariche, lacrimogeni e arresti, arrivando a contemplare la liberazione dei manifestanti fermati dalla polizia e il contrasto alle videocamere di sicurezza. La gestione della rabbia e dell'adrenalina dopo l’esposizione agli spray urticanti viene presentata, invece, come un mezzo per riprendere l’azione più arrabbiati di prima. Come se fosse quasi una questione personale.
Il «Piccolo manuale di autodifesa legale» del Partito dei Carc, infine, aggiunge la preparazione collettiva agli interrogatori, la riservatezza delle comunicazioni e la tutela dell’identità durante raid e attentati. Con un’indicazione esplicita: «Tieni comunque presente, che nel caso si debbano compiere “azioni militanti” non possiamo certo farci legare le mani dalla legge, quindi», suggeriscono, «bando al legalitarismo e prendi tutte le precauzioni necessarie ad evitare una tua possibile identificazione!». Parole vecchie di anni, recuperate e rilanciate nelle chat della nuova protesta, che non possono essere sottovalutate, né ridotte a semplice retorica. Perché qualcuno potrebbe decidere che leggere non basta più. E allora ci troveremmo davvero nei guai.