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Mario Calabresi candidato a Milano (e solo un uomo può fermarlo)

di Simona Bertuzzi domenica 1 febbraio 2026

5' di lettura

La cautela è d’obbligo per tutti. Schlein: «Metteremo anzitutto avanti la costruzione della coalizione progressista più ampia e determinata per vincere le prossime elezioni poi valuteremo». Sala: «Penso sia una buona candidatura. Certo, deve passare da fare il giornalista e le analisi a proporre cose concrete». Ma, a conti fatti, l’intervento di Mario Calabresi di venerdì sera al format promosso dall’europarlamentare dem Pierfrancesco Maran “Milano ti ascolto” e la discesa in campo con il popolo della sinistra “No Ice” e “No Meloni” nella piazza milanese di ieri è apparsa a tutti un’investitura piena. Soggetto: appunto l’ex direttore della Stampa. Tema: candidato sindaco in pectore dei Dem. 

Sia chiaro, i giochi sono ancora aperti, anzi si dovrà attendere la conclusione di quelli olimpici per capire come stanno le cose nel centrosinistra. Ma ci sarebbe una parte del partito che ci crede eccome. In campo restano per ora i nomi noti: l’eterno candidato Pierfrancesco Majorino, che da anni smania per governare la città o la regione e vive un’eterna campagna elettorale; la vicesindaco Anna Scavuzzo, attualmente volto dell’Urbanistica e del nodo San Siro, ambiziosa (dicono) e particolarmente ispirata dalla possibilità di ricoprire il ruolo di protagonista dopo anni da vice; e per finire l’attuale assessore al Bilancio, Emmanuel Conte, vera sorpresa di questa amministrazione e fase politica perché è l’uomo che ha aggiustato i conti del Comune (era sotto di 200 milioni nel 2022 e lui è riuscito a tappare il buco e a chiudere quest’anno con 500 milioni in più) e gode del sostegno pieno di Sala che lo ha definito «bravissimo» con un entusiasmo mai visto sulla faccia del sindaco.

Ovviamente a bocce ferme di un sabato sera funestato dai vandalismi di Askatasuna a Torino- e con i suddetti distinguo della segretaria dem e del sindaco Sala, - la bilancia pende tutta a favore del giornalista e scrittore figlio del commissario Luigi Calabresi, assassinato nel 72 dai terroristi dell’estrema sinistra. Un nome espressione dell’alta borghesia meneghina, che per storia personale e professionale, mette d’accordo molti a Milano... anche nel centrodestra, si vocifera, al punto che Gabriele Albertini ha così sentenziato: «Avversario quasi imbattibile, ho letto tutti i suoi libri e mi hanno immensamente arricchito, degno figlio di suo padre Luigi e di sua madre Gemma, onorerebbe la Città, offrendosi candidato, mi sarebbe difficile non votarlo... forse, opterei per il voto disgiunto? Ma non conosco ancora il candidato del centrodestra».

Alla serata dem, va detto, l’ex direttore della Stampa si è proposto nella veste di raccoglitore di istanze (della città) ascoltava/annotava/applaudiva - piuttosto che propositore. E partendo dalla necessità di «vedere il mondo con occhi diversi e non con le lenti del passato» (una critica garbata a Sala senza parlare di discontinuità), ha sciorinato una serie di temi assai in voga nei salotti: «Milano è sempre stata attrattiva ma non è più accogliente»; «A Milano non costa solo la casa ma anche tutto il resto». Le estati al Castello? «Possibile che tutte le sere debbano essere a pagamento?». E ancora: facciamo restare i giovani laureati in città e non trasformiamo Milano in una nuova Pavia; occupiamoci di sicurezza mettendo i vigili per strada certo «ma anche più illuminazione, più socialità, più spazi pubblici occupati perché la violenza si annida quando gli spazi sono lasciati vuoti». Non è un programma politico ma si avvicina assai. Anche se l’interessato ieri ha glissato: «Ne parleremo, oggi non è un tema... In questa piazza mi sento bene, è importante e simbolico essere qui, è il nostro modo di dire che l'Ice è qualcosa di inaccettabile, una milizia che viaggia a volto coperto, in maniera anonima, che arresta indiscriminatamente e uccide. Visto che noi non possiamo manifestare a Minneapolis, lo facciamo qui».

Presa di posizione netta e sinistrissima per l’uomo che i reportage li predilige pensati, e ama chi «va sui posti quando l’urgenza è passata...» perché, dice, «è sbagliato schierarsi ogni volta e giudicare dopo pochi secondi», meglio «lasciare depositare le cose e far sì che acquistino un senso». Non sono pochi a suggerire che forse la sua discesa in piazza di ieri sia stata proprio pensata per far capire alla parte più a sinistra dell’alleanza che è moderato, sì, ma capace anche di coinvolgere e seguire la pancia della coalizione sui temi che contano.

Dalla sua c’è che è conosciuto e apprezzato. Giornalista, scrittore, libri su libri, anche uno su «Il tempo del bosco» per raccontare un’Italia dove «il tempo fosse fermo», quasi dilatato. Era giornalista già da bambino quando andava su è giù per il condominio di casa indagando storie e raccogliendo i dettagli. Poi l’ha fatto in America perché il grande sogno era scrivere delle campagne elettorali americane. Ha vergato per la Voce di Montanelli, ha raccontato della malattia di Berlusconi. Oggi il podcast Chora perché «la vita è una maratona...» e ci sono troppe notizie e troppi stimoli. Per tutti il candidato perfetto che ha il pregio di fa rosicare Majorino adesso che è sceso in piazza con i compagni anti-Ice e anti-Meloni.

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Non è da solo però. Il concorrente più temibile, stando ai rumors di palazzo, resta Emmanuel Conte, figlio d’arte (il padre Carmelo Conte è stato ministro del governo Craxi), colui che Nahum chiama amabilmente Quintino Potter perché ha fatto quadrare il bilancio con il rigore di un Quintino Sella facendo magie alla Harry Potter. Due figli piccoli che segue da vicino, essendo un sostenitore vero della parità di genere e della sana divisione dei compiti familiari. 

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Sotto di lui i canoni della Galleria sono balzati da 50 a 80 milioni di euro, ma non è solo attenzione agli angoli più lussuosi delle griffe, ha voglia di valorizzare anche i piani terreni e gli angoli più nascosti. Basti dire che ha scritto un libro «Milano a tratti» dove racconta la Milano segreta, lui che è nato a Eboli ma da quando ha studiato in Bocconi evidentemente ha sposato il rigore, l’aplomb meneghino e quel far di conto che lo fa tanto amare. «Profilo tecnico», suggerisce qualcuno, che potrebbe fare doppietta con Calabresi: sindaco e vicesindaco? Iperboli ovviamente (lo stesso Conte sembra escluderlo). Sicuramente sogni di una sinistra che non ha ancora fatto i conti con un centrodestra deciso a riprendersi la città dopo la fallimentare esperienza di Sala, e ora è alle prese con la scelta del candidato (e l’ipotesi primarie). Insomma: Calabresi-Conte, la sinistra è ferma qui, il nome altisonante e l’assessore delle piccole cose che fa quadrare i conti, «saluta tutti i commessi ed è sempre tanto gentile». Siamo alle fasi preliminari. Ma è bene che il centrodestra si muova compatto e scelga in fretta il candidato.

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