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Billy Wilder il cronista che inventò la commedia

Billy Wilder 

Era capace di intervistare Schnitzler, Strauss e Freud in un giorno, scriva reportage favolosi e ritratti esilaranti che avrebbe usato nelle sceneggiature. Storia di un giovane giornalista ebreo scappato al nazismo prima di diventare uno dei più grandi registi di tutti i tempi

Francesco Specchia
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Era il più bravo fra quelli veloci e il più veloce fra quelli bravi. «Nella stessa mattina ero capace di intervistare Sigmund Freud, Alfred Adler, Arthur Schnitzler e Richard Strauss. Uno dopo l’altro» (Freud lo cacciò dopo tre minuti) , scrive Samuel “Billie” Wilder pur senza corroborare tali affermazioni estratte dalle sue memorie con un straccio di prova.

Ed è proprio il luccicante memoir di Billie Wilder cronista prima di diventare il “Billy Wilder” regista, intitolato Inviato speciale - Cronache da Berlino e Vienna tra le due guerre La nave di Teseo, pp. 272, euro 20), che dipinge l’Europa dei primi del Novecento, attraverso l’affilata ironia usata dallo stesso Billy nei suoi capolavori cinematografici. Colui che diverrà uno dei più grandi cineasti di sempre grazie a film come A qualcuno piace caldo, Prima pagina, L’appartamento, qui viene descritto  come un impetuoso ginnasiale di belle speranze che, nel tempo libero, faceva il ballerino di sala per pochi dollari. Billie, nel frattempo divenuto “Billy” all’americana, preso dal sacro fuoco della scrittura e senza sapere una parola d’inglese, si proponeva a riviste più o meno specializzate. Finché, ebreo, si trovò costretto a fuggire dai roghi del nazismo europei e a sbarcare in America mentre la sua  famiglia finì dritta nell’inferno di Auschwitz. Il cinema divenne il suo lavoro, non prima essere passato da Berlino al seguito del jazzista Paul Whiteman così descritto: «Immaginate un paio di baffi accattivanti, un simpatico accenno di dubbio mento, due occhi gentili da bambino in un faccione cordiale, un corpaccione singolarmente aggraziato vestito in modo sportivo e non appariscente e avrete Paul Whiteman». Giusto per capire l’arte descrittiva di Wilder che lo rendeva  un narratore di feuilleton  ai tempi in cui il suo collega Robert Musil abbandonava il giornalismo considerandolo il figlio della serva della letteratura. 

Il primo passo di Wilder nel mondo del cinema fu il documentario Uomini di domenica sul tempo libero dei berlinesi, girato con Robert SiodmakSuccessivamente, da sceneggiatore, Billy avrebbe stretto sodalizio con Ernst Lubitsch, l’autore di Vogliamo vivere la commedia sulla Shoah più bella d’ogni tempo; Lubitsch era il maestro che Wilder chiamava l’ “Onnipotente” elevandolo a modello di stile. Billy Wilder inviato speciale  è una danza caleidoscopica di recensioni teatrali e cinematografiche; di inchieste sul mercato editoriale; di interviste a nani, ballerine, e dive del muto (un tema ripreso nel film  <CF2711>Viale del tramonto</CF>); di racconti surreali e satirici nello stile della commedia viennese alla Alfred Polgar -che Wilder ben conosceva-. Ed è, questo memoir, anche un racconto di prima mano del Vecchio Continente galleggiante tra le due guerre e sul suo umorismo al cianuro. 

Alcuni esempi di stile wilderiano. Racconto di Parigi: «Montmartre. Una mansarda lercia. Tre vetri rotti. Un pittore americano squattrinato. Il monte di pietà. Una tempesta di neve. Quattordici metri di Champs Élysées. Una graziosa modella francese. Una fogna. Una grata difettosa. Notre Dame. Il Bois de Boulogne e un cartello, Tre anni dopo». Sul genere dei suoi film: «Aspetto l’anteprima. Se il pubblico ride molto dico che è una commedia. Altrimenti un film serio, o un film noir». Sui due più grandi comici del secolo scorso: «Ci sono artisti che sanno fare tutte queste cose mettendo dentro tanta umanità. Ma nessuno tocca una comicità così profonda come Grock. È un clown dell’anima, un clown metafisico, per così dire. Non c’è nessun artista in grado di fare altrettanto. Tranne uno: Chaplin. Chaplin e Grock sono due fratelli di genio. Da qualche parte, nel profondo delle loro umanità, le loro individualità si toccano». Sul divo Erich von Stroheim: «Perché Von Stroheim viene chiamato “Uno”? Perché ogni casa di produzione può girare un solo film con lui, dopodiché fallisce. Da quindici anni continuano a mettergli a disposizione cifre folli, senza dire nulla quando trascina per anni la lavorazione di un film che poi interrompe bruscamente quando si annoia. […]E malgrado ciò se lo tengono, così come si tengono i cactus o i decadenti levrieri». Da applicare anche ai nostri odierni manager, politici, direttori di giornale. L’attualità di un genio...

 

 

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