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"Mio figlio Andrea Pinketts, un duro dal cuore di meringa"

 Mirella e Andrea Pinketts

HarperCollins dedica una collana all'autore morto nel 2018, la madre Mirella: «Eravamo unitissimi, vivevamo insieme Era un genio, non sopportavo le sue fidanzate. Il suo libro migliore? “Lazzaro, vieni fuori”. Adesso anche io scrivo»

Francesco Specchia
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Aveva lo sguardo da eroe noir, la posa - e la prosa - da boxeur, un’idea letteraria del mondo che basculava da Raymond Chandler a Bukowski, sottofondo swing stile Chicago anni 30, ma tra i Navigli milanesi densi di nebbia e di cadaveri. Andrea Pinketts è tornato e lotta ancora insieme a noi.
Mentre si rievoca Le Figaro quando lo riteneva “una leggenda vivente”, a Book City HarperCollins annuncia una nuova collana di titoli antichi- tra prenotazioni ed entusiasmo della critica di Andrea Pinchetti in arte G. Pinketts, scrittore e giornalista investigativo milanese, vincitore di varie edizioni del MystFest e di un Premio Scerbanenco, morto nel 2018. Si parte con le 256 pagine di Lazzaro, vieni fuori (euro 15) genesi della letteratura pinkettsiana «fra Peter Pan e il Mostro di Dusseldorf, fra Mary Poppins e Mary Reilly, fra pedofili e cinefili, fra Swift e swing». Siamo tutti entusiasti. Ma la madre di Andrea, Mirella Arabescar Pinketts, anni 94 portati quasi con magia, è addirittura alle stelle.
Lei stessa, fresca scrittrice, per certi versi, è l’eredità che il figlio ha lasciato al mondo.

Cara Mirella, come templare del ricordo di suo figlio e Presidente dell'Associazione culturale a lui intestata, come ha preso la notizia della riproposta alle nuove generazioni delle sue opere?
«La riproposta è un viaggio indietro nel tempo, come ringiovanire. Nonostante l’età ho una memoria robusta: mi ricordo ogni singolo momento della fattura dei libri di Andrea. Cominciò a scrivere con una letterina che mi inchiodò: “Le mamme si amano. Mamma io ti amo”. Si aprì un mondo. Pensi che il giorno che mi disse: “Mamma, ho deciso, voglio scrivere”, gli risposi: “Anch’io”. Ero felicissima: leggo un libro ogni sera e la scrittura è la mia vita. Saperlo seguire i miei stessi desideri fu una gioia».

Andrea mise, per vezzo, nel suo nome la “G.” come “genio”. E lo era, tant’è che fu insignito della medaglia d'onore dell'Assemblée Nationale de la République Française per meriti culturali. Dall’esterno poteva sembrare un tantino egoriferito. Lo era?
«Ma va là. Quando Fernanda Pivano lo chiamava “duro con un cuore di meringa” aveva perfettamente ragione. Andrea ascoltava la musica swing di Fred Buscaglione, leggeva Hemingway e Buzzati, amava John Wayne e l’etica dei cow boys. E aveva fondato la Scuola dei duri, una pietra miliare del noir italiano: come tutti i suoi eroi in realtà era un tenerone anche nelle piccole cose, e se ne vergognava».

È vero che lei - come poche altre madri, come quella degli Sgarbi - era la sua coscienza e lui che non facesse nulla senza consultarla come un oracolo?
«Mio marito Luigi Pinchetti era un ingegnere originario di Forlì di origini irlandesi, una persona eccezionale che è mancato troppo presto. Andrea perse il padre a sei anni, e questo probabilmente influì su tutta la sua vita, sui suoi comportamenti, la sua corazza. Io ho fatto di tutto per compensare la perdita della figura paterna. Ma una madre per quanto si sforzi non ci riuscirà mai del tutto. Sono stata fortunata: due uomini nella mia vita, e ambedue straordinari».
È una lunga premessa...
«Ma è per dirle: sì, eravamo unitissimi: parlavamo anche senza parlare in un rapporto intimo, sofferto, spirituale, una perfetta comunione tra madre e figlio. E ce l’ho ancora, Andrea non se n’è mai andato. Non crede?».
Ci credo. L’ombra di Pinketts non ha smesso d’allungarsi sulla nostra letteratura e sul lato oscuro di una Milano che va oltre quella degli anni ’80 da lui così ben descritta...
«Milano era la sua città, la adorava. La girava in lungo e in largo di notte, prendeva bus e tram, rientrava all’alba. Spesso si trascinava dietro una corte. Una volta arrivò al Trottoir con cinquanta persone. Il bar gli piaceva da morire.
Guardava le facce, ascoltava i discorsi, intercettava i pensieri della gente. Scriveva, poi si alzava e iniziava lo spettacolo, era il clou di tutto. E cantava. Ricordo una sua poesia, Il mare di Milano...».

Ha citato il Trottoir, locale milanese che era diventato il suo quartier generale. Leggenda vuole che scrivesse i suoi libri sui tovaglioli, con una Montblanc. È davvero una leggenda?
«Andrea aveva una fantasia sfrenata, ma con lui le leggende metropolitane avevano un fondamento. Vero: scriveva con la stilografica su tovaglioli, in mezzo alla gente. Poi noi prendevamo i tovaglioli e li dattiloscrivevamo. Un giorno si incatenò al Trottoir che minacciava la chiusura. Non era un santo, era un istintivo. Quando andava su di giri arrivava alle scazzottate, non sopportava le ingiustizie. Un altro giorno si addormentò in un cinema e lui ne uscì abbattendo la porta a colpi d’ascia».
Andrea era pieno di amici. Erano buone compagnie?
«Aveva molti amici ma su questo resto un po’ prudente: alcuni di loro valevano, altri erano - come dire? - opportunisti. Eppure Andrea viveva l’amicizia sempre ad alta intensità anche se non aveva una rispondenza spirituale. Aveva una qualità bellissima: perdonava tutti, giustificava tutti. Ammirava poche persone, una era Vittorio Feltri. E non mi chieda delle fidanzate...».

Be’, lì, sulle fidanzate ufficiali e non, come per i suoi modelli, si perdeva il conto. Anche le morose non le andavano?
«Con loro non mi sono mai trovata. Badi, non era gelosia da mamma, ma me le portava tutte a casa, a colazione e mentre lui guardava il giornale o la tv il mio compito era quello di intrattenerle. Non è giusto dirlo, ma lo facevo con fatica, non erano particolarmente intelligenti. La meno peggio era una ragazzina dolce e tenera e senza secondi fini, di quando aveva 16 anni. Ma da lì a dire che l’abbia amata come una figlia, be’, ce ne corre...».

Lei aveva sempre suo figlio sott’occhio, viveva con lui in pratica. Quando scoprì che stava avendo successo?

«Ma sa che Andrea non mi raccontava mai del suo successo? Pensi che, da quello che scriveva, lo ritenevo un talento quasi sprecato, e ne soffrivo. Per molto tempo soffrivo del fatto che fosse un incompreso. Mi accorsi del contrario per alcuni particolari, ma lui sempre zitto. Il suo libro migliore per me è il primo Lazzaro, vieni fuori, del ’91, ma anche Il vizio dell’agnello o Il conto dell’ultima cena erano molto belli. Ora lo ripropongono perché hanno scoperto che piace molto ai giovani. Ma erano, i suoi, libri per persone intelligenti».

Si è messa a scrivere anche lei, ha raccolto il legato culturale del figliolo...

«Sì ho scritto Quando mi punge vaghezza. Pensieri e ritratti mentali, messaggi e presagi esoterici. Ma, soprattutto tengo un blog, a cui affido i miei pensieri (molto ben scritto, ndr), lasciando ardere il fuoco».

Suo figlio era, diciamo, spericolato per usare un eufemismo. Ha mai temuto per lui?

«Ecco, quando s’intrufolò nella setta dei Bambini di Satana, cominciai seriamente a preoccuparmi. Anche se lui fisicamente era forte, era maestro di arti marziali, aveva fatto il pugile. E soprattutto sapeva bluffare. Molto. Era un’arma anche quella. Ma ricordo che a Cattolica gli assegnarono una medaglia di “sceriffo” per avere contribuito, con le sue inchieste da infiltrato a sgominare bande di mafia locale. Il MystFest lo ricorda ogni anno con un premio speciale. L’ultimo l’ha vinto Samuele Bersani. Andrea non lo dimentica nessuno, lo dico non da madre ma da lettrice».

Andrea ha ricevuto l’Ambrogino d’oro, la massima onorificenza milanese, solo dopo morto. Perché secondo lei?

«Non ha avuto grandi riconoscimenti in vita per sconce faccende politiche. Lui non si occupava di politica, se ne infischiava proprio, anche se, come il padre, era un liberale...». 

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