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Fabio Testi: "Ursula Andress era gelosissima, la Fenech non prendeva il sole e Anita Ekberg mi baciò subito"

di Alessandro Dell'Ortodomenica 4 gennaio 2026
Fabio Testi: "Ursula Andress era gelosissima, la Fenech non prendeva il sole e Anita Ekberg mi baciò subito"

11' di lettura

Fabio Testi ha 84 anni e un curriculum da sballo. Per quanto riguarda il cinema, certo - “Il giardino dei Finzi Contini”, “Addio fratello crudele”, “I guappi”, “L’importante è amare” e altri 100 strepitosi film -, ma anche per la vita sentimentale: alto, fisicato, brillante e da sempre considerato il sex symbol maschile del cinema italiano, ha conquistato le donne più belle del mondo, da Jean Seberg a Ursula Andress, da Laura Antonelli ad Anita Ekberg, da Charlotte Rampling a Brooke Shields ed Edwige Fenech. Film, amori e grandi personaggi: Fabio si racconta dal Brasile – dove è in vacanza al caldo per due mesi – regalando ricordi unici e aneddoti gustosissimi.

Fabio Testi, ha trascorso...
«...scusi, un attimo che mi asciugo».

In che senso?
«Ho appena fatto il bagno.
Eccomi, diceva?».

Se ha trascorso bene le feste, ma dove è?
«In Brasile, in un villaggio selvaggio di pescatori a circa un’ora da Natal. Vengo qui da 25 anni per passare dicembre e gennaio al caldo e mi ritrovo con un gruppo di amici, tra cui Natasha Stefanenko, Bertolino e Giovanni di “Aldo Giovanni e Giacomo”».

Di base, invece, dove vive in Italia?
«Ho lasciato Roma quattro anni fa e mi sono ritirato nell’azienda di famiglia - 35 ettari di terreno recintati e con un impianto fotovoltaico per produrre energia pulita- ad Affi (Verona ndr), nel luogo in cui sono nato e nel quale vivevano i miei bisnonni».

È lì che fino a poco tempo fa coltivava i kiwi?
«Sì, ma poi sono passato al tartufo nero. Ora, invece, uno dei miei tre figli, quello che gestisce tutto, ha un progetto per trasformare la tenuta in un agri-campeggio. Ha presente? Quelli in mezzo alla natura con le case sugli alberi».

Lei vivrebbe su un albero?
«No, sto bene dove sono. E poi ho già interpretato Tarzan, più di così cosa vuole?».

Giusto. A proposito, ma lavora ancora?
«Quando capita. Lo scorso febbraio, a 83 anni, ho debuttato al Festival di Berlino con “Reflection on a dead diamond”, film francese. Una bella soddisfazione, anche perché a Venezia non era stato accettato».

Altri progetti?
«Faccio letture di poesie d’amore - Neruda, Garcia Lorca, Prevert, Maraini - a teatro, nelle chiese, nelle ville venete, accompagnato da un gruppo musicale».

La sua preferita?
«“Il bacio” di Neruda».

Il pubblico apprezza?
«Molto ed è un continuo fare selfie, che sono più comodi degli autografi di una volta: dovrei andare in giro sempre truccato, però...».

Non ne ha bisogno, è in grande forma.
«Sì, ma non sono più un ragazzino».

Torniamoci insieme, al giovane Fabio Testi.
«Nasco a Peschiera del Garda il 2 agosto 1941. Papà Salvino lavora in un cantiere di recupero di residuati bellici e fa l’artificiere, mamma Alice è casalinga».

Figlio unico?
«Una sorella: Licia, di due anni più grande, ancora oggi in ottima salute».

Che bambino è il piccolo Fabio?
«Timido e quando, a scuola, ci fanno fare teatro mi rifiuto perché “non voglio fare il pagliaccio sul palcoscenico”».

Meglio con gli sport?
«Li pratico tutti: calcio, atletica, judo, paracadutismo e nuoto nel lago. Crescere in un ambiente sportivo mi forma, mi insegna la competizione e il rispetto delle regole».

Quando entra in contatto col mondo dello spettacolo?
«Da giovanissimo perché a Peschiera, nel 1955, viene costruito uno stabilimento cinematografico specializzato in riprese di film di pirati: molte produzioni italiane ed europee vengono a girare nelle acque del lago, che sembra il mar dei Caraibi».

Lei cosa fa?
«La comparsa e a 15 anni do le prime battute davanti a una macchina da presa. Poi divento figurazione speciale e mi unisco a un gruppo di stuntman e acrobati con i quali, a Roma, giro alcune scene. Grande esperienza per uno studente».

Già, perché nel frattempo va a scuola.
«Mi diplomo geometra, poi mi iscrivo ad Architettura e sto per partire per un incarico tecnico in Africa tra Ghana, Zambia, Kenya e Tanganica, ma...».

Che succede?
«Sto girando un carosello con protagonista Johnny Dorelli. Il produttore, indicandolo, mi dice: “Il suo contratto è scaduto, il prossimo lo fai tu”.”No, grazie, ho un viaggio che mi aspetta”, rispondo. Lui insiste: “Quanto vuoi guadagnare?”. Io sparo una cifra folle, quello che avrei preso in due anni in Africa, e dopo una settimana mi chiamano: “Fabio, va bene la tua proposta: accettiamo”».

Urca, che colpo. Molla subito l’università?
«Riunione di famiglia con mio padre e mio zio, si discute. Finché lo zio, che è il più saggio, conclude: “Facciamo come De Gasperi: intanto portiamo a casa i soldi, poi vedremo”».

Primi lavori?
«I caroselli, ma continuo pure come stuntman e nel film western “Straniero fatti il segno della croce” chiedo di farmi fare tutte le cadute possibili per incassare più soldi: così mi ritrovo a morire 12 volte con 12 personaggi diversi nella stessa giornata, mascherandomi con travestimenti e barbe finte. E a volte mi uccido da solo».

Come?
«Interpreto il cowboy che spara dalla strada, ma anche quello che cade dal tetto dopo essere stato colpito».
Meraviglioso. Lei nel 1967 è protagonista dello spot della Coca Cola.
«Per due anni, in coppia con Laura Antonella».

E diventate una coppia anche nella vita?
«Proprio davanti alle telecamere nasce un idillio fantastico, che poi si trasforma in una lunga storia d’amore».

Fabio, a proposito di donne, ricorda la prima volta?
«A 16 anni con una svedese in vacanza sul Lago di Garda: in quel momento per noi è più facile conquistare le straniere perché, contrariamente alle italiane, prendono già la pillola. E non sono restie al sesso».

Dove lo fate?
«In una palude, con tanto di zanzare annesse».

Torniamo al cinema. Nel 1968 lei fa parte del cast di “C’era una volta il West” del grande Sergio Leone.
«Giriamo i provini e sono uno dei protagonisti, ma poi si accorgono che il mio aspetto non è adatto al ruolo e così eliminano il personaggio. Avendo già firmato il contratto, però, me ne sto zitto e accetto di fare altri ruoli marginali».

Nel frattempo frequenta l’Accademia di Arte Drammatica dove, a esaminarvi, viene Vittorio De Sica.
«Mi nota, gli piaccio e nel 1970 mi chiama per interpretare Malnate ne “Il giardino dei Finzi Contini”. Il problema è che in quel momento lui non va d’accordo con Giorgio Bassani, l’autore del romanzo, e per convincerlo mi fanno fare tre provini».

Alla fine, però, viene scelto.
«È il mio primo grande lavoro, ma anche il più facile della carriera perché De Sica, per indirizzare noi attori, interpreta tutti i personaggi e l’unica cosa da fare è imitarlo».

Ne esce un capolavoro che ottiene un Oscar come miglior lavoro straniero. E lei da quel momento inizia a lavorare tantissimo, tanto che alla fine girerà più di 100 film. Impossibile raccontarli tutti: ne scelga lei uno particolare.
«“Addio fratello crudele” di Patroni Griffi, nel 1971, che non ha successo e viene sequestrato dalle banche per il fallimento del produttore. Ma è un’esperienza unica perché racconta una tragedia durissima con scene tremende: per dieci giorni ho gli incubi ricordando quando arriva il cattivo che mi porta il cuore della sorella uccisa, ancora gocciolante, avvolto in un velo».

Quelli sono anche gli anni dei film polizieschi.
«Tutte pellicole a sfondo sociale che parlano di racket, malavita e droga: è il modo per mettere in evidenza i problemi della società».

L’Oscar, intanto, la lancia nel cinema internazionale e a Hollywood.
«Girare in America è come passare da una Cinquecento a una Rolls Royce. Tutto organizzato nei dettagli, ma devi essere perfetto».

Qualche ricordo particolare?
«La serie tv “Inganni” del 1985 con Stefanie Powers, l’attrice protagonista di “Cuore e batticuore”. Simpatica, super preparata, affascinante, intelligente, donna che parla sei lingue».

Scusi Fabio, non è che anche con lei...?
«Sì, sul set tra Londa, Los Angeles e Santa Monica nasce un grande amore, una bella storia che mi fa sbandare».

Quando recita a Hollywood, in quegli anni, lo fa in inglese?
«A fatica perché il mio accento veronese si sente anche quando parlo una lingua estera. In realtà in quel periodo commetto uno sbaglio, perché mi propongono un’operazione alla lingua per migliorare la pronuncia, ma rifiuto».

Parlare male l’inglese la limita molto nella carriera?
«Spesso non mi posso doppiare. In un western una volta, per giustificare l’accento, introducono per me la battuta: “Scusate, sono arrivato da poco nel continente”. Ma non si può fare sempre».

Fabio, come mai ride?
«Avessi parlato lo scozzese, invece, avrei potuto fare “007”».

Glielo hanno proposto?
«Sì, anni fa, e mi è spiaciuto dover rinunciare».

Il grande simbolo di “007” è Sean Connery: l’ha conosciuto?
«Certo. Ci incontriamo nel periodo in cui sto con Ursula Andress, sua grande amica: viene a trovarla spesso e sono proprio io a portarlo alla prima edizione della Festa del Cinema».

Ripensa a lui e ricorda quella volta che...
«Partita di calcio Italia-Scozia, la vediamo insieme e discutiamo ad ogni azione. Finché, a fine gara, lui finisce ko perché ci siamo bevuti una bottiglia di grappa».

Fabio, ha appena citato Ursula Andress. Parliamo un po’ di donne?
«Cosa vuole sapere?».

Un aneddoto o un ricordo per le più importanti. Partiamo proprio da Ursula.
«La conosco in Canada nel 1972, sul set de “L’ultima chance”. Siamo in un paesino sperduto nella neve e giriamo chiusi in albergo. Lei sta con Ryan O’ Neal, che viene a trovarla e capisco che è una storia complicata, così mi tolgo. Finito il film e tornati a Roma, però, ci rivediamo, la nostra storia decolla e stiamo insieme 3 anni».

Ursula in quel momento è famosissima ed è su tutte le copertine, tanto che lei diventa “Fabio Andress”.
«Mi scoccia, ma non posso farci niente».

La più grande follia fatta per lei?
«Una volta devo raggiungerla, ma ci sono mille contrattempi e perdo il volo due volte. Allora decido di affittare un aereo, un 737 da 140 posti, da Roma a Ibiza: viaggio in cabina con i piloti e offro ostriche e champagne».

Costo?
«Un milione di lire».

Ne vale la pena?
«Insomma... Appena arrivo litighiamo, mi dice “Se hai affittato un aereo significa che avevi bisogno di fati perdonare qualcosa”. Così la saluto e riparto».

Rapporto vivace...
«Lei ha un caratterino non facile ed è molto gelosa, mi controlla l’agendina con i numeri di telefono: se dopo una settimana aggiungo qualche nome fa mille domande».

Anita Ekberg.
«Ci conosciamo sul set de “La morte bussa due volte” che giriamo a Tirrenia, io interpreto un pittore pazzo e lei la sua modella. Il primo giorno di lavorazione prevede una scena in cui siamo nudi, prima sotto la doccia e poi a letto. Appena danno lo stop e si finisce la guardo: “Anita, stasera andiamo a cena insieme?”. Lei si avvicina e, come risposta, mi dà un bacio vero. Da quel momento stiamo insieme e ho ricordi meravigliosi».

Jean Seberg.
«La conosco casualmente in un ristorante di Parigi, nel periodo in cui giro “Il commissario Le Guen e il caso Gassot”, film del 1972, e nasce una bella storia, anche se lei ha alti e bassi perché soffre di depressione».

Come mai finisce?
«Quando Pasquale Squitieri mi propone “Camorra”, gli suggerisco di prendere anche Jean. Devo vedermi con lei a Marrakech per studiare insieme il copione, la aspetto, ma non arriva. Finché chiedo informazioni: “Non lo sai? Sabato si è sposata con un produttore americano”».

Ci resta male?
«Beh, per me è un bello schiaffone».

Andiamo avanti: Charlotte Rampling.
«Il primo incontro avviene sul set di “Addio fratello crudele” e mi affascina, oltre che per la bellezza, pure per la professionalità e il talento».

Un ricordo particolare? Come mai ride?
«Siamo così presi che una volta, in aeroporto, ci addormentiamo abbracciati e perdiamo il volo per Londra. Capito?
Dovevamo recuperare il sonno perché le notti era intense e agitate...».

Brooke Shields.
«Viene a Milano per una pubblicità, la conosco e ci frequentiamo per qualche mese. Ma la madre è molto pesante e alla fine la lascio».

Edwige Fenech.
«Ci conosciamo in albergo a Tirrenia mentre giriamo due film differenti e poi abitiamo nello stesso palazzo a Roma. È stupenda e ha una pelle bianchissima, ma vista una volta prendere il sole. Stiamo insieme un anno e poi, quando la storia finisce, c’è tutto lo strascico di suo figlio, che secondo alcuni giornali sarebbe mio. Ovviamente non è vero ed è lei stessa a smentire».

Flirt, relazione brevi, storie d’amore: a lei, nel tempo, sono state attribuite anche Patty Pravo, Lucia Bosè, Roberta Giusti e Katia Ricciarelli. Nel frattempo, però, si è anche sposato: il primo matrimonio è nel 1979 con la stilista spagnola Lola Navarro, dalla quale ha tre figli: Fabio, Thomas e Trini.
«È la donna che, alla fine, mi fa soffrire di più. Quando ci lasciamo si affida a un’avvocata in carriera, un’arpia cattivissima che la plagia: per 22 anni mi portano in tribunale condizionando il rapporto con i figli e la carriera».

Perché la carriera?
«Una volta sto lavorando al Sistina, due poliziotti entrano in camerino prima di andare in scena e mi consegnano una denuncia legata ai problemi di separazione: difficile recitare così. Fossi stato più sereno avrei fatto più cose, ma per 20 anni ho avuto i capitali bloccati e ho dovuto lavorare per recuperare soldi».

Il rapporto con la sua ex moglie come è ora?
«Per fortuna bellissimo, abbiamo fatto pace. Siamo anche nonni di 4 nipotini».

Il 3 gennaio 2015 si sposa ancora, questa volta con la gallerista Antonella Liguori.
«Ora però ci siamo separati e da 5 anni ho una nuova fidanzata: Valentina, che ha 42 anni. Ognuno vive a casa propria e ci vediamo nel week end».

Domanda indiscreta: ma consumate?
«Ovvio, a 84 anni faccio ancora l’amore ed è più bello di prima: è il segreto per la longevità».

Ha avuto compagne bellissime, è stato un sex symbol e un play boy: quale è il trucco per sedurre?
«Le donne hanno bisogno di fidarsi, di sentirsi al sicuro: un uomo le conquista se si dimostra corretto, se è sincero».

Lei lo è sempre stato? Tradotto: ha mai tradito?
«Dipende cosa intende, se con il corpo o con la mente. Da giovane mi è capitato: arrivavo da un paesino e mi trovavo a Roma, nel mondo dei sogni. Se ti piacciono i cioccolatini, prima o poi qualcuno lo mangi».

Torniamo alla sua vita. Ad un certo punto, nel 2007, si butta in politica come candidato sindaco di Verona.
«Mi convince Berlusconi, persona meravigliosa. Faccio campagna elettorale nei mercati per conoscere le reali esigenze dei cittadini ed è un’esperienza interessante anche se poi non vengo eletto. Oggi invece la politica, per me, è sensibilizzare il mondo su quanto succede a Gaza: sono stato l’unico a fare un cartello, alla Mostra di Venezia, con scritto “fermate le morti dei bambini”».

Un ricordo del Cav?
«Mi voleva come presentatore in tv, ma ho detto no perché senza copione non mi sentivo sicuro. Per lo stesso motivo, poi, ho rifiutato anche la conduzione di “Domenica In”».

Fabio, ultime domande veloci.

1) Rapporto con la religione?
«Boh, così così. Sono credente, ma non praticante».

2) Paura della morte?
«No, anzi: ben venga».

3) Cosa pensa dei giovani?
«Credo in loro, hanno tante possibilità. Io ho recitato in 11 film i cui registi erano giovani debuttanti».

4) Lei ha vissuto il mondo dello spettacolo degli Anni ’70 e ’80: ha visto girare tanta droga?
«Moltissima, ma non ho mai provato per paura. E per la presunzione di sentirmi forte da solo, senza il bisogno di altre sostanze».

5) Un film nel quale le sarebbe piaciuto recitare?
«“Via col vento”».

Ultimissima domanda: ha ancora un sogno?
«Ne ho due. Il primo è poter continuare a recitare poesie d’amore e fare qualche film. Il secondo, invece, è che il mondo ritrovi un po’ di pace per dare un futuro migliore ai nostri figli e ai nostri nipoti».