Le chiese sono vuote ma l’arcivescovo di Torino, Roberto Repole, prova a fare proseliti tra i guerriglieri di Askatasuna, ritratti come poveri chierichetti: «Torino non è una città violenta, è una grande capitale della carità e della solidarietà sociale», ha dichiarato, come se vetri rotti e barricate in fiamme fossero dettagli pittoreschi di un diorama urbano. Le immagini di lacrimogeni, bombe carta, cassonetti incendiati e almeno cento agenti feriti, con un poliziotto accerchiato e colpito a martellate, raccontano infatti una realtà ben diversa. Repole invoca l’unità («siamo vicini alle vittime e ai feriti, alle forze dell’ordine; contemporaneamente dobbiamo affrontare le radici delle sofferenze del nostro tempo») e la distinzione tra «frange violente» e «migliaia di persone che manifestano pacificamente», con Torino che «non può accettare di essere sfigurata nella sua identità».
Ma i fatti vanno raccontati per quello che sono: oltre alle botte e alle cariche, almeno un manifestante 22enne è stato arrestato per l’aggressione al poliziotto, e decine di agenti sono stati ricoverati nelle ore successive agli scontri. Le immagini hanno fatto il giro del mondo, persino il sindaco amico di Aska, Stefano Lo Russo, ha ammonito che «Torino non merita quanto accaduto», mentre la politica nazionale parla senza mezzi termini di guerriglia e di aggressione allo Stato stesso. Non proprio la narrazione di una “città di carità”. A Repole però piace raccontarsi una realtà diversa. Del resto è lo stesso che difendeva Mohamed Shahin, l’imam della moschea torinese di via Saluzzo arrestato per le sue parole al miele verso i terroristi di Hamas, o che interpretava le gesta dei black bloc no-tav come un linguaggio che «esprime disagio».
Forse Torino è ancora la città di sempre. Ma specie da sabato scorso quella città ha sanguinato troppo per essere descritta soltanto con parole dolci. E se la cronaca racconta, una volta di più, di poliziotti feriti, barricate e arresti, leggere tutto dentro una “capitale della carità” suona più come un sermone buonista che un’analisi sociologica Perché la strada parla con i suoi graffi, e certe parole restano invece, appunto, parole.